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domenica 20 settembre 2026

[Recensione] Il pensionato signor Bougran - Joris-Karl Huysmans

 


IL PENSIONATO SIGNOR BOUGRAN || Joris-Karl Huysmans || Sellerio || 1984 || 54 p.

Timbri, pennini, polvere d'ufficio, mezzemaniche e astucci, ossessivamente enumerati e riordinati, sono i termini minimi a cui il signor Bougran ha ridotto la realtà, contenendola in un catalogo breve e rassicurante. Mandato in pensione anticipatamente trova un modo bizzarro per preservarsi un universo a misura della sua claustrofilia. Di quella specie di guida alle patologie della normalità che sono le opere di Joris-Karl Huysmans (1948-1907), Il pensionato signor Bougran è una voce rapida e cattiva. Huysmans, di cui un vecchio critico ha scritto che «più che descrivere la realtà, odia la realtà», sembra sfogarvi tutto il suo umor nero.

RECENSIONE

Quando si va in pensione si dovrebbe essere felici, giusto? Dopo tanti decenni di lavoro finalmente ti potrai godere il meritato riposo. Ma il protagonista di questo racconto, il signor Bougran, non sembra esserlo, anzi, è come se fosse caduto dentro un buco nero. Ma troverà un modo per "simulare" il suo lavoro a casa sua.

Un ottimo racconto che oscilla tra il comico e il tragico, dal quale si sente un pessimismo che poi ritroveremo in Kafka. Unica pecca: finisce subito.


sabato 12 settembre 2026

[Recensione] ELP - Antonio Manzini

 


ELP || Antonio Manzini || Sellerio || 2023 || 536 p.

Non si fa che parlare dell'ELP, l'Esercito di Liberazione del Pianeta. Il vicequestore Rocco Schiavone guarda con simpatia mista al solito scetticismo ai gesti clamorosi di questi disobbedienti che liberano eserciti di animali d'allevamento in autostrada. Semmai è incuriosito dal loro segno di riconoscimento che si diffonde come un contagio tra ragazze e ragazzi. La vera violenza sta però da un'altra parte e quando Rocco viene a sapere di una signora picchiata dal marito non si trattiene, «come una belva sfoga la sua rabbia incontenibile»: «un buon suggerimento» per comportamenti futuri. Solo che lo stesso uomo l'indomani viene trovato ucciso con un colpo di pistola alla fronte. Uno strano assassinio, su cui Schiavone deve aprire un'inchiesta da subito contorta da fatti personali (comici e tragici). Per quanto fortuna voglia che facciano squadra clandestinamente anche i vecchi amici senza tetto né legge di Trastevere, Brizio e Furio, che corrispondono al suo naturale sentimento contro il potere. Nel caso è implicata una società che sembra una pura copertura. Ma dietro questa copertura, qualcosa stride e fa attrito fino a bloccare completamente Rocco sull'orlo della soluzione del caso. Intanto crescono in aggressività gli atti dell'ELP fino a un attentato che provoca la morte di un imprenditore di una fabbrica di pellami. Indagando, Rocco si rende conto che forse, dal punto di vista della sensibilità ambientale, sullo stabilimento non c'è molto da ridire. Ma perché i «simpatici» ambientalisti sono giunti a tanto? ELP è particolarmente narrativa e mette sotto un unico segno due casi e due inchieste. Le riunisce lo sfondo di calda attualità sociale. Anche il brusco vicequestore è più ombroso e stanco, sente più acutamente quanto importante sia l'amicizia, e deve investire nell'indagine tutta la sua irruente e sincera passionalità, e tutta la tenerezza della sua invincibile malinconia.

RECENSIONE

Prima opera che leggo di Manzini e prima dunque che riguarda il vicequestore Rocco Schiavone (che avevo però già conosciuto perché visto in tv nell'omonima serie televisiva).

ELP sta per Esercito di Liberazione del Pianeta, è un movimento ecologista e radicale dove i suoi membri protestano contro il cambiamento climatico, l'inquinamento e lo sfruttamento degli animali attraverso azioni dimostrative e non convenzionali. Il vicequestore Rocco Schiavone, che è stato trasferito ad Aosta da Roma a causa di forti pressioni politiche, nota che tale movimento, che guarda con simpatia mista al suo solito scetticismo, si sta diffondendo sempre più in Italia e ha come segno di riconoscimento un cerchio con dentro quattro trattini. Ben presto, però, si ritroverà a dover indagare sull'uccisione di un uomo che il giorno prima aveva lui stesso picchiato perché aveva picchiato sua moglie. E in una fabbrica di pellami verrà trovato ucciso il suo capo forse dall'ELP stesso.

Credo che ti ci affezioni a Rocco Schiavone, seppur burbero e irascibile sotto sotto è un tenerone pieno di malinconia perché pensa sempre alla sua defunta moglie con la quale chiacchiera come se fosse lì presente con lui. Questa è la sua dodicesima indagine quindi ne devo recuperare un bel po'.


venerdì 15 maggio 2026

[Recensione] Il campo del vasaio - Andrea Camilleri

 


IL CAMPO DEL VASAIO || Andrea Camilleri || Sellerio || 2008 || 280 pag.

Il campo del vasaio, detto anche del sangue, è luogo che appartiene alla topografia morale. Designa una contrada maligna, putrida e pantanosa: un anfrattuoso cimitero di argille; uno smortume di forre e borri. La località è il quadrante tartareo del tradimento. Venne acquistato con il «prezzo del sangue»: con i trenta denari di Giuda. E accolse le viscere sparse dell’apostolo traditore, lì impiccatosi. In un campo del vasaio vengono trovati i trenta «tagli» di un uomo: prima giustiziato, con un colpo alla nuca; poi macellato. Sembrerebbe un delitto di mafia eseguito con puntigliosa esattezza, secondo il rituale arcaico riservato a quanti hanno tradito. Ma il tradimento è una macchinazione che dà a intendere quel che non è. Corre su un’incerta frontiera. Tra vero e falso. E anche i luoghi e le cose tradiscono, in questo romanzo. Lo stesso Montalbano, sempre più soliloquista e monologante, su declivi di stanchezza, è posseduto da uno stupore notturno: dai lumi ciechi di un incubo traditore che lo gela, come dentro un cubo di ghiaccio, in mezzo al fracasso dei turbini. Il commissario dovrà smorfiare i segni sghembi delle premonizioni, e sventare le trame nascoste di un tradimento che lo coinvolge e lo tocca fino alle lacrime. Una signora dei trucchi, una maliarda, ha portato scompiglio nel commissariato di Vigàta. Sa come affascinare gli animi anche riluttanti. Sa come stornarli, e come condannarli a una dipendenza vergognosa. Somiglia all’Angelica dell’Orlando innamorato di Boiardo. Esotica e ingannatrice anch’essa: venuta dalla Colombia, come l’altra dal Cataio; entrambe perfide, fatte di «màrmaro e d’azzaro». Si chiama Dolores, la nuova principessa degli inganni: «Dolorosa», nella pronuncia di Catarella. Ha adescato il «paladino» più vicino a Montalbano. E lo sobilla, per «tradire» l’inchiesta. Il «paladino» subisce il sortilegio. Ma, segretamente, vorrebbe essere redento. Montalbano riuscirà a soccorrere l’amico, e a deludere le falsità con altre falsità. Procederà in punta d’ingegno: abile nello sgambetto e nel contropiede. Ingannerà la traditora. Esorcizzerà gli influssi nefasti del campo del vasaio, i suoi pronostici tradimentosi. Con una meditazione calma, ancorché sconsolata. Lui, Montalbano, è il «poviro puparo» di una dispersa e «mischina opira dei pupi»: «la fatica si faciva ogni volta cchiù grossa, ogni volta cchiù pisanti. Fino a quanno avrebbe potuto reggiri?».

RECENSIONE

E giungiamo così alla tredicesima indagine del commissario siciliano Salvo Montalbano. Ritroviamo un commissario più meditativo, e in cui viene messa a dura prova la sua amicizia col suo vice Mimì. L'indagine stavolta inizia davvero in maniera strana: viene ritrovato il cadavere di un uomo fatto a pezzi, e subito il commissario comprende che potrebbe essere un delitto di mafia. Oppure è una messinscena? E si potrà fidare del suo vice che sembra essere caduto nella rete di una donna fatale?

Devo ammettere che tra quelli già letti, questa indagine si colloca tra quelle più belle e interessanti, dove viene messo tutto in gioco. E la crisi con Livia, purtroppo, sembra peggiorare.

Camilleri ha la capacità di guidarti in quelle ambientazioni e vicende piene di amore, gelosia, odio e vendetta, e non vedi l'ora di tornare a nuotare in quel meraviglioso mare di Vigata accanto al commissario siciliano più famoso al mondo.


mercoledì 8 aprile 2026

[Recensione] Alla buon'ora, Jeeves! - P.G. Wodehouse

 


ALLA BUON'ORA, JEEVES! || P.G. Wodehouse || Sellerio || 2024 || 283 p.

In una nuova traduzione, torna in libreria la serie di romanzi di P.G. Wodehouse che ha reso l’impeccabile maggiordomo Jeeves un’icona della letteratura umoristica di tutti i tempi.

RECENSIONE

Avevo sentito parlare delle avventure di Jeeves, questo geniale maggiordomo inglese che tollera un padrone ricco e annoiato che pensa di essere più intelligente di lui ma in realtà è abbastanza inetto e stupido nella maggior parte delle volte. E il suo padrone non fa che cacciarsi sempre nei guai, devastando qualunque cosa tocchi o qualunque rapporto provi ad unire (come in questa storia, dove tenta di far riconciliare sua cugina col suo ex fidanzato).

Lo stile di Wodehouse è molto inglese, su questo non ci sono dubbi, il celebre umorismo inglese che forse a noi italiani potrebbe far storcere il naso, ma a me sinceramente è piaciuto. I romanzi di Wodehouse sono molto superficiali, è come bere un bel bicchiere di aranciata appena spremuta con del ghiaccio in estate. Al momento ti disseta, ma dopo pochi minuti hai di nuovo sete.

Di questo autore mi piace l'idea di prendere in giro l'alta società inglese degli anni 30 che era appunto superficiale ed oziosa.

Sicuramente leggerò altre avventure di Jeeves e del suo padrone ozioso.


lunedì 22 dicembre 2025

[Recensione] Babbo Natale giustiziato - Claude Lévi-Strauss

 


BABBO NATALE GIUSTIZIATO || Claude Lévi-Strauss || Sellerio || 1995 || 81 p.

«Il fatto di cronaca esaminato da Lévi-Strauss in Babbo Natale giustiziato - scrive l'antropologo Buttitta nello studio sul significato del ritorno dei morti che introduce il volume - non è meno significativo per intendere la complessità dei percorsi attraverso i quali certe strutture ideologiche persistono rifunzionalizzandosi. Lo studioso considerando la notizia che davanti alla cattedrale di Digione per iniziativa di solerti fedeli, era stato bruciato un simulacro di Babbo Natale per poi essere risuscitato in Municipio per iniziativa delle autorità comunali, capisce che non si tratta di un semplice fatto di cronaca. L'idea di una figura divina la cui morte è necessaria per rigenerare il tempo cioè la vita, è un complemento dello schema mitico nel quale il ruolo di mediazione risolutiva è assolto dai morti e dal loro inverso speculare costituito dai bambini».

RECENSIONE

Claude Lévi-Strauss era un antropologo francese ma anche sociologo, filosofo, etnologo e teorico dello strutturalismo. L'applicazione del suo metodo strutturalista vuol dire che i fenomeni culturali vanno interpretati in riferimenti a elementi universali e inconsci rappresentanti la struttura fondante d'ogni cultura.

In questo breve saggio egli fa una interessante riflessione sulla genesi e trasformazione che ha avuto nei secoli il personaggio conosciuto oggi da tutti come Babbo Natale, ma che in realtà proviene da diverse tradizioni del passato e che oggi resta significativa nella cultura occidentale.
Nella sua analisi, il sociologo e antropologo francese inizia da un fatto di cronaca curioso, riportato anche dal quotidiano France-Soir, che dà senso al titolo dell’opera. Infatti, il 23 dicembre del 1951, delle persone impiccano un manichino con le sembianze di Babbo Natale davanti alla cattedrale di Dijon, per poi bruciarlo davanti a moltissimi spettatori increduli, tra cui numerosi bambini. Alcuni cattolici rivendicano il gesto, per “combattere la menzogna in rappresentanza di tutti i cristiani della parrocchia“. Lévi-Strauss riflette su questo incredibile atto. E trova che, a tutti gli effetti, ci si trovi dinnanzi a un paradosso. Infatti, i credenti provano sdegno di fronte alla figura di Babbo Natale, ergendola a paladino “dell’irreligione”, diventando coloro che difendono la razionalità contro la superstizione. Al contrario, i difensori di Babbo Natale divengono quelli che difendono un simbolo, ergendolo quasi a “divinità” e abbandonando così la razionalità.

Claude Lévi-Strauss pensa che quello del “Babbo Natale giustiziato” sia un episodio “assurdo ma rilevatore”: Babbo Natale è una divinità. Ebbene sì, non si tratta di un personaggio del folklore ma ha la stessa funzione di una divinità in cui però credono solamente i bambini e le bambine, mentre gli adulti fanno di tutto affinché questo accada. Raccontato così è molto curioso vero? Per Claude Lévi-Strauss quindi Babbo Natale crea attorno a sé un rituale dove un essere soprannaturale, immutabile e che torna periodicamente riceve delle lettere come se fossero delle preghiere e che usa queste per ricompensare chi si è comportato bene o punire chi si è comportato male. Per capire in cosa consiste il rituale di Babbo Natale, Claude Lévi-Strauss fa il paragone con i Katchina del popolo indigeno dei Pueblo (sud-ovest degli Stati Uniti). I Katchina sono figure mascherate che incarnano lo spirito degli antenati che tornano periodicamente nel villaggio per danzare e giudicare i bambini.

Cosa significa, si chiede infatti Lévi-Strauss, che i bambini hanno dei diritti, e perché gli adulti si sentono in obbligo di industriarsi nel creare una mitologia, fra l’altro dispendiosa, per contenerli e limitarli? L’autore lo spiega paragonando l’opposizione fra adulti e bambini – iniziati e non iniziati – a quella fra i vivi e i morti, caratteristica di molti riti di passaggio: i non iniziati, come i morti, hanno anche dei poteri speciali, ed è per questo motivo che gli iniziati si preoccupano di compiacerli. I bambini, che non sono ancora parte attiva e ufficiale della società ma lo diventeranno, sintetizzano in un’unica figura il ruolo di vivo e quello di morto: la loro richiesta di regali natalizi può essere vista in effetti come l’ultimo attimo della lunga questua che inizia con l’autunno, nel periodo critico in cui «la notte minaccia il giorno allo stesso modo in cui i morti assillano i vivi». Ne è paradigma la festa di Halloween, durante la quale i bambini, vestiti da scheletri, fantasmi o zombie, tormentano i vivi, che offrono loro dei dolci in cambio di una pace che duri fino all’autunno seguente. Per l’autore, Babbo Natale sarebbe il discendente di una schiatta che annovera fra i suoi appartenenti l’Abbé de Liesse, vescovo-bambino «abate della gioia», il Saturno romano divoratore di fanciulli, lo Julebok scandinavo e San Nicola che resuscita i fanciulli e offre loro dei doni, senza contare le sue affinità con le divinità Kachina delle popolazioni indiane d’America, sulle cui ritualità Lévi-Strauss entra nel dettaglio, comparandole alle usanze natalizie.


domenica 8 giugno 2025

[Recensione] La pista di sabbia - Andrea Camilleri

 


LA PISTA DI SABBIA || Andrea Camilleri || Sellerio || 2007 || 263 pag.

"Raprì l'occhi, si susì, annò alla finestra, spalancò le persiane. E la prima cosa che vitti fu un cavaddro, stinnicchiato di fianco supra la rina, immobile. La vestia era tutta 'nsanguliata, gli avivano spaccato la testa con qualichi spranga di ferro, ma tutto il corpo portava i segni di una vastoniatura longa e feroci..." Il commissario ha appena il tempo di convocare i suoi uomini, che il cavallo sparisce, rimane solo il segno del corpo sulla sabbia. Quello stesso giorno una donna "forestiera", Rachele Estermann, denunzia al commissariato di Vigata il furto del suo cavallo, mentre nelle scuderie di Saverio Lo Duca, uno degli uomini più ricchi della Sicilia, un altro purosangue è svanito nel nulla. Lo scenario della vicenda è il mondo delle corse clandestine, passatempo preferito di una certa aristocrazia terriera che scommette forte. È in quest'ambiente dorato che Montalbano deve indagare, perché, dopo il cavallo, viene trovato cadavere anche un custode delle scuderie. Fra maggiordomi in livrea, baroni e contesse Montalbano sta un po' a disagio, mentre "ignoti" entrano una, due, tre volte nella casa di Marinella: non rubano niente ma mettono tutto sottosopra, sembrano cercare qualcosa; ma cosa?

RECENSIONE

Stavolta il nostro commissario siciliano si ritrova davanti casa un cavallo defunto: il tempo di andare a chiamare i suoi stretti collaboratori e il cavallo sparisce nel nulla! Per quale motivo è stato ucciso? E perché qualcuno non vuole che vengano fatte ulteriori indagini su di esso? Il nostro Montalbano se la dovrà vedere col fenomeno (ancora oggi presente) delle corse clandestine e con problemi alla vista che lo faranno innervosire perché ripensa al fatto che anche lui, pian piano, sta invecchiando. Ma per fortuna c'è Adelina che cucina piatti straordinari e l'appetito a Salvo non manca mai.

Ritroviamo un Montalbano più riflessivo e sempre più lontano dalla sua Livia, la quale non scende nemmeno a trovarlo e che a lui, forse, piace questo distacco che si sta creando sempre di più. Un Montalbano che vuole dimostrare di essere ancora vigoroso, piacente, tanto è vero che non si lascia scappare la piccola storia d'amore con l'amica di Ingrid, proprietaria del cavallo. E, in questa vicenda, sarà determinante l'aiuto della sua governante e cuoca Adelina.


venerdì 16 maggio 2025

[Recensione] Il ragazzo che leggeva Maigret - Francesco Recami

 


IL RAGAZZO CHE LEGGEVA MAIGRET || Francesco Recami || Sellerio || 2009 || 216 pag.

Giulio, detto Maigret perché delle inchieste del commissario è un accanito collezionista, vive nella tenuta dei San Vittore. Il padre è il fattore della proprietà, la madre è una cuoca esperta di raffinatezze casalinghe. Quasi di fronte a ogni evento, Giulio-Maigret si domanda come si comporterebbe il commissario, ma il processo mimetico non è mai in lui totale al punto di annullare la distanza dal suo eroe di carta: il ragazzo è sempre vigile a non perdere il senso di realtà. Ma un giorno, vuoi per l’incertezza dell’alba invernale, vuoi perché la noia del paesino è divorante, vuoi perché l’episodio è particolarmente vivido e singolare, il piccolo Maigret non riesce più a sottrarsi alla sensazione di un vero mistero. Un uomo ha buttato qualcosa di ingombrante nel canale, proprio in prossimità della chiusa; e quell’uomo è salito trafelato e guardingo sullo stesso pullman che sta portando il piccolo Maigret a scuola, ed è sospettosamente coperto di un lacero impermeabile sul vestito elegante. Giulio-Maigret dimenticherebbe, ma da quel momento i fatti, le coincidenze lo incalzano: insomma, proprio come accade al vero Maigret, nella banale atmosfera quotidiana si respira qualcosa di nuovo che accende l’intuito. E che introduce in una «storia confusa di soldi, di cadaveri inesistenti, di paura e di maialini senza coda» piena di personaggi che risultano alla fine tanto sorprendentemente bizzarri quanto erano all’inizio sorprendentemente quotidiani, com’è della provincia addormentata del vero Maigret.

RECENSIONE

Sarò sincero: ho scelto di leggere questo libro, tra i tantissimi che ho ancora da leggere, per il titolo: perché sono un divoratore, come il protagonista, delle indagini del commissario Maigret creato da Georges Simenon.

Il protagonista è un ragazzino, Giulio, che ama leggere i romanzi polizieschi che hanno come protagonista il commissario Maigret (ne ha una ricca collezione che apparteneva a suo nonno) e ne è così appassionato che i suoi compagni di scuola lo chiamano Maigret. Un giorno, mentre si trova sul bus che lo porta a scuola, nota che qualcuno getta sul canale qualcosa di voluminoso, forse un cadavere? e si immedesima così tanto in questa storia immaginaria che si crea nella mente che inizia ad indagare nel suo paesino, fino a mettersi letteralmente nei guai!

Questa è la prima opera che leggo di questo autore italiano, Francesco Recami, e lo stile di scrittura sembra voler avvicinare i più giovani, non a caso ha come protagonista un ragazzino. Peccato che, essendo un grande lettore di gialli, thriller, polizieschi, noir, del genere non ha assolutamente nulla. La storia si evolve in un modo strano, il fatto che il povero ragazzino venga inseguito dal colpevole o malvivente che dir si voglia è palesemente assurdo, che male poteva fargli? Peccato, il titolo mi ha fuorviato e avrei benissimo potuto impiegare quel tempo per leggere qualcos'altro.


sabato 5 aprile 2025

[Recensione] Donna di Porto Pim - Antonio Tabucchi

 


DONNA DI PORTO PIM || Antonio Tabucchi || Sellerio || 1983 || 108 pag.

«Ho molto affetto per gli onesti libri di viaggio… Essi posseggono la virtù di offrire un altrove teorico e plausibile al nostro dove imprescindibile e massiccio». Queste frasi di Tabucchi ci richiamano alla mente queste altre dello Zibaldone di Leopardi: «Le parole lontano, antico e simili sono poeticissime e piacevoli perché destano idee vaste e indefinite...». Più ad esse corre il confronto che verso i mari e le isole di Conrad e di Melville. Le isole di Tabucchi sono paesaggi che digradano rapidi verso la tentazione metafisica, le sue balene azzurre sirene che cantano di lontananze che appartengono all'essere e non allo spazio e al tempo, le sue gesta di caccia e i suoi naufragi hanno per scenario i campi magnetici e le analogie potenti e misteriose delle parole.

RECENSIONE

Un libriccino che non è né un romanzo né una raccolta di racconti, ma un insieme di riflessioni di viaggio, storie sentite raccontare, che hanno come protagonista il mare delle isole Azzorre e tante balene.

venerdì 24 gennaio 2025

[Recensione] La vampa d'agosto - Andrea Camilleri


LA VAMPA D'AGOSTO || Andrea Camilleri || Sellerio || 2006 || 271 pag.

Caldo torrido, estenuante, sole implacabile: è questa la vampa del mese più infuocato della torrida estate siciliana, ma è anche l'ardore e la passione che infiammano Montalbano. Siamo in agosto, Mimì Augello ha dovuto anticipare le ferie e Montalbano è costretto a rimanere a Vigàta. Livia vorrebbe raggiungerlo, ma per non restare sola, con Montalbano sempre al lavoro, pensa di portare con sé un'amica (con marito e bambino) e chiede a Salvo di affittare una casa sul mare per loro. La vacanza scorre nella villetta sul mare, silenziosa, verde. Ma un giorno il bambino sparisce. Montalbano accorre e scopre in giardino un cunicolo che rivelerà clamorose sorprese tra cui un baule con il cadavere di una ragazza scomparsa sei anni prima.

RECENSIONE

In questo caso Montalbano dovrà sudare le fatidiche sette camicie non solo per le alte temperature (siamo a ferragosto) ma soprattutto per la bella ragazza della quale egli si invaghisce e perde la testa.
“Voliva annarci prima, ma quanno niscì dalla porta di casa vinni assugliato da una tali vampata di caluri che sinni trasì nuovamente 'n casa. Si spogliò, inchì la vasca da bagno d'acqua fridda e ci stetti dintra un'orata.”

Il caso stavolta riguarda il ritrovamento di una ragazza che era scomparsa sei anni fa e ritrovata in un cassa su un piano abusivo interrato. Anche stavolta il nostro avrà dei battibecchi con Livia che, arrabbiata, lo molla e se ne va in vacanza in barca e lui, arraggiato (trad. dal siciliano, arrabbiato), la tradisce.

Naturalmente sapevo già la storia, visto che ho divorato (e anche più volte) tutti gli episodi della serie televisiva di Montalbano, ma leggerlo è ancora più bello secondo me (e poi, da siciliano, non trovo difficoltà a capire il dialetto, seppur inventato da Camilleri e diverso dal nostro).

 

martedì 31 dicembre 2024

[Recensione] Una granita di caffè con panna - Alessandra Lavagnino

 


UNA GRANITA DI CAFFÈ CON PANNA || Alessandra Lavagnino || Sellerio || 2001 || 164 pag.

Dell'impossibilità, in Sicilia, di esistenza della verità abbiamo due versioni. Una è quella amata dalla letteratura del Novecento, da Pirandello a Sciascia, che non si interroga sulle cause, ma coglie in questa difficoltà della Sicilia a convivere con la verità come uno stato naturalmente filosofico, inclinante verso lo scetticismo, che obbliga chi racconta cose di Sicilia a interrogarsi sulla condizione umana in quanto tale. Quello che Sciascia chiamava «la Sicilia come metafora». Vi è una seconda versione, quella storica, per così dire, che con minor pessimismo ma conclusioni forse più desolate riconosce in questa secolare impossibilità cause di vario genere, ma precise, ascrivibili a quell'universo di significati che prende il nome di «omertà». Una granita di caffè con panna fu pubblicato una trentina di anni fa, prima a puntate su un rotocalco, poi in volume. Sciascia apprezzò questo libro, ne fece una recensione, che è un piccolo saggio sulla verità e le donne e la Sicilia, qui ripubblicata. Il libro racconta una storia strana, tra la fiaba e il poliziesco: di una donna di condizione privilegiata, Agata, che per un trauma cranico diventa irresistibilmente sincera; e dice di tutto sulle fortune della sua famiglia, su certi traffici in paese, su piccole e grandi menzogne che la trama del tempo ha inestricabilmente impastato con la crosta della vita: ma la singolarità della sua situazione è che Agata stessa, persona colta e civile, eticamente impegnata sul lavoro e nella vita, non riesce ad aderire moralmente e conoscitivamente alla sua sincerità. Il racconto ha un finale dolceamaro. Ma si capisce perché a Sciascia piacque tanto: per il suo collocarsi, tra le due versioni della questione Sicilia e verità, esattamente, ambiguamente in mezzo. Con esiti deliziosamente elusivi, cioè letterari.

RECENSIONE

La protagonista Agata è una entomologa che vive in Sicilia, sposata e madre di un bambino. In seguito ad un incidente riporta un trauma cranico il cui effetto è una nuova, sconcertante sincerità; sicché Agata esprime le sue opinioni senza filtri e soprattutto rivela informazioni preziose sul patrimonio della sua famiglia, su alcuni traffici illeciti in paese e su altre piccole e grandi menzogne che la circondano. Isolata da tutti, vede aumentare la distanza tra sé e gli altri.

Prima opera che leggo di Alessandra Lavagnino, scienziata e scrittrice. Sinceramente non saprei come descrivere questo romanzo, da un lato la scrittrice ha uno stile davvero elevato e raffinato, dall'altro non mi ha soddisfatto più di tanto.

Ma quando fui sul vasto marciapiede polveroso della grande piazza, mi dispiacque di essere libera. Sempre così. Avevo richiuso il portoncino pesante sotto la lunetta a vetri, avevo lasciato il bambino. Me ne andavo, per quattro ore. All’odore dei pini, che avevano già perso verde nel pulviscolo estivo, si mescolavano gli odori che maggio non dimentica. La grande chiesa dei rimedi restituiva solo d’oro dal tufo opaco. Camminavo lungo la casa – persiane ancora chiuse – che dall’altra parte si affaccia, oltre l’immensa chioma del ficus, sui lecci e, in fronte, le araucarie altissime e preistoriche della Villa. Lì portavo il bambino. «Con tanto sole in casa, che bisogno c’e di portarlo fuori io non capisco», diceva lei. Uscivo lo stesso, ma furtiva e silenziosa, attenta a movimenti e rumori superflui – come in cucina – e finché non ero lontana dalla casa non sapevo parlare al bambino. Molte volte non ero uscita. Altre, che lei aveva detto: con questo vento! ero tornata precipitosa e colpevole, con il bambino in braccio.


venerdì 7 giugno 2024

[Recensione] L'ultimo arrivato - Marco Balzano

 


L'ULTIMO ARRIVATO || Marco Balzano || Sellerio || 2014 || 212 pag.

Negli anni Cinquanta a spostarsi dal Meridione al Nord in cerca di lavoro non erano solo uomini e donne pronti all’esperienza e alla vita, ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni che mai si erano allontanati da casa. Il fenomeno dell’emigrazione infantile coinvolge migliaia di ragazzini che dicevano addio ai genitori, ai fratelli, e si trasferivano spesso per sempre nelle lontane metropoli. Questo romanzo è la storia di uno di loro,di un piccolo emigrante, Ninetto detto pelleossa, che abbandona la Sicilia e si reca a Milano. Come racconta lui stesso, «non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr’otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi». Ninetto parte e fugge, lascia dietro di sé una madre ridotta al silenzio e un padre che preferisce saperlo lontano ma con almeno un cenno di futuro. Quando arriva a destinazione, davanti agli occhi di un bambino che non capisce più se è «picciriddu» o adulto si spalanca il nuovo mondo, la scoperta della vita e di sé. Ad aiutarlo c’è poco o nulla, forse solo la memoria di lezioni scolastiche di qualche anno di Elementari. Ninetto si getta in quella città sconosciuta con foga, cammina senza fermarsi, cerca, chiede, ottiene un lavoro. E tutto gli accade come per la prima volta, il viaggio in treno o la corsa sul tram, l’avventurarsi per quartieri e periferie, scoprire la bellezza delle donne, incontrare nuovi amici, esporsi all’inganno di chi si credeva un compagno di strada, scivolare fatalmente in un gesto violento dalle conseguenze amare. In quel teatro sorprendente e crudele, col cuore stretto dalla timidezza, dal timore, dall’emozione dell’ignoto, trova la voce per raccontare una storia al tempo stesso classica e nuova. E questa voce, con la sua immaginazione e la sua personalità, la sua cadenza sbilenca e fantasiosa, diventa quella di un personaggio letterario capace di svelare una realtà caduta nell’oblio, e di renderla di nuovo vera e vitale.

RECENSIONE

Il quasi sessantenne protagonista ci narra la sua vita fino da quando, a nove anni, venne spedito dalla Sicilia al Nord, a Milano, per lavorare. Questa, in breve, la trama di questo romanzo.

La storia mi è piaciuta e anche lo stile di scrittura di Balzano. Il piccolo Ninetto è costretto a diventare subito adulto, fino al matrimonio a 14 anni e la vita che non sempre gli ha sorriso. Il finale l'ho trovato amaro, non mi spiego perché si sia comportato così con sua nipote.


martedì 28 maggio 2024

[Recensione] La luna di carta - Andrea Camilleri

 


LA LUNA DI CARTA || Andrea Camilleri || Sellerio || 2005 || 267 pag.

Tra due donne forti e insidiose deve industriarsi il commissario Montalbano: una estroversa, e di franca sensualità; l'altra segreta, e di morbosi ardori, capace di tutto intraprendere e di tutto nascondere. Si sgambettano a vicenda, le due donne, su scivolosi precedenti: che sono esche e trappole per il commissario. Torna il sangue nelle inchieste di Montalbano: un delitto spietato in una casa alla periferia di Vigata. Tutto sembra condurre alla pista passionale, ma il commissario non si lascia ingannare...

RECENSIONE

Un informatore farmaceutico viene ritrovato a casa sua sparato in faccia e quando il nostro commissario Montalbano inizierà a scavare sulla vita dell'omicida si troverà a "scontrarsi" contro due donne: la sorella e l'amante. Rispetto agli altri casi c'è più investigazione e ho notato una migliore caratterizzazione dei protagonisti, incluse le due donne.

venerdì 15 dicembre 2023

[Recensione] Spia contro spia - Dusko Popov

 


SPIA CONTRO SPIA || Dusko Popov || Sellerio || 2018 || 448 pagine

«Mi fermai a un tavolo dove si giocava al baccarà. Tra i giocatori riconobbi una delle mie bète noire, un lituano dall'aspetto insignificante ma molto ricco, di nome Bloch, particolarmente spavaldo. Non so cosa diavolo mi prese, forse fu il fatto che c'era Fleming alle mie spalle, ma quando Bloch proclamò "banque ouverte!", annunciai con il tono più freddo e distaccato: "Cinquantamila dollari"». Erano soldi che servivano a finanziare un'operazione. Verosimilmente fu questo stile, questo suo modo di fare la spia (e che spia: uno dei più celebri agenti doppi del Novecento) che convinse Ian Fleming a costruire il suo James Bond sul modello vivente di Popov. Nome in codice Triciclo, Dusko Popov è un bon vivant, bello e ricco intellettuale serbo che studia a Friburgo. Uno di quelli che si illudevano di seppellire Hitler con una risata, finirà nelle mani della Gestapo da cui si salva a stento. Riparato a Belgrado, tempo dopo, un ufficiale dell'Abwehr, il controspionaggio tedesco, lo nota e gli propone il reclutamento. Lui è fermamente antinazista ma la prospettiva lo tenta. Così accetta l'arruolamento, prendendo però subito contatto con l’MI6 inglese. E qui comincia la vita da spia raccontata in questo libro: in giro per il mondo, sempre sul filo del rasoio e sempre amando le donne, doppiogiochista ma leale fino alla fine con gli amici. Una carriera con almeno un paio di grandi colpi che hanno inciso nella guerra. «Un classico dello spionaggio» ha detto Graham Greene di "Spia contro spia", perché davvero sembra la trama di un perfetto romanzo di spionaggio. Dusko sa scrivere: gaio, sapiente nel creare la tensione, ironico. Il suo romanzo di una vita sembra il racconto paradossale e frizzante di Ian Fleming, ma corretto da Le Carré. La gaudente leggerezza è quella di James Bond, la metodica professionalità quella di Smiley.

RECENSIONE

Questa biografia mista a romanzo è stata scritta da una vera spia, il doppio agente segreto Dusko Popov, che ha operato durante la Seconda guerra mondiale e che ha ispirato Fleming per James Bond.

Devo ammettere che mi aspettavo una lettura diversa, non dico che non mi sia piaciuta ma spesso mi ha annoiato. Popov ci descrive bene gli intrighi di palazzo dietro la guerra, ha rischiato più volte la vita e lo stesso suo fratello e alcuni suoi amici e colleghi non ce l'hanno fatta (di certo avere a che fare con i nazisti non è come fare una passeggiata). Interessante soprattutto la parte riguardante Pearl Harbor dove Popov ha avvertito con molto anticipo gli americani dell'imminente attacco ma è stato palesemente ignorato e non sa spiegarsi il perché, visto che potevano salvarsi tante vite.

Consigliato a chi ha amato James Bond o i libri di spionaggio.




giovedì 20 luglio 2023

[Recensione] Le ali della sfinge - Andrea Camilleri

 


LE ALI DELLA SFINGE || Andrea Camilleri || Sellerio || 2006 || 265 pagine

Non è un buon momento per il commissario Montalbano: con Livia continui litigi, incomprensioni ingigantite dalla distanza, nervosismo. Passato e futuro si ammantano nei suoi pensieri di una vaga nostalgia. E in una di queste serate di malinconia viene chiamato d'urgenza. In una vecchia discarica è stato trovato il cadavere di una ragazza. Nuda, il volto devastato da un proiettile, niente borse o indumenti in giro. Solo un piccolo tatuaggio sulla spalla sinistra - una farfalla - potrebbe favorire l'identificazione della donna. Parte l'indagine con un Montalbano svogliato, stanco di ammazzatine. Ma il caso lo trascina: ci sono altre ragazze con una farfalla tatuata sulla scapola, sono tutte dell'Europa dell'est, hanno trovato lavoro grazie all'associazione cattolica "La buona volontà" che le ha salvate da un destino di prostituzione. Montalbano non è persuaso. C'è qualcosa di poco chiaro all'interno di quell'organizzazione benefica? E mentre l'inchiesta va avanti, il commissario è incalzato da ogni parte: dal vescovo, che non ammette ombre su "La buona volontà", dal questore, che non vuole dispiacere al vescovo, da Livia che vuole partire con lui per ritrovarsi. Tutto si muove sempre più velocemente, alla ricerca della soluzione e il commissario ha fretta, di concludere, di andarsene.

RECENSIONE

Il commissario Montalbano ormai si è sdoppiato e parla con se stesso: c'è il Montalbano più "saggio" che cerca di domare il Montalbano "istintivo" e vedremo che il rapporto con Livia continua ad avere alti e bassi.

Stavolta il nostro commissario si trova davanti all'omicidio di una giovane ragazza che ha uno strano tatuaggio, una sorta di farfalla/sfinge che lo porterà a conoscere altre ragazze che hanno un tatuaggio uguale. Ma gli omicidi non si fermano solo alla ragazza. Cosa ci sarà dietro queste ammazzatine?

Montalbano inizia a sentire gli acciacchi dell'età e si interroga ripetutamente sul suo rapporto con Livia, dopo i tradimenti vicendevoli che hanno avuto nel romanzo precedente (per errore ho saltato la lettura delle due "puntate precedenti", ovvero "La luna di carta" e "La vampa di agosto" ma che recupererò al più presto) e le vicende che viene a conoscere durante le sue indagini non lo aiutano a pensare in modo positivo.

Viviamo purtroppo in una società malata che riguarda tutti i campi, inclusi quelli "religiosi". Mi piace di questo commissario siciliano che privilegia sempre l'umanità, anche compiendo azioni che a livello di legge sarebbero abbastanza criticabili ma, come si suol dire, lui lo fa per salvare delle persone, o comunque per cercare la verità.

Catarella che storpia i cognomi delle persone ormai è diventato un classico, o la pazienza dei suoi collaboratori più stretti e sempre efficienti Augello e Fazio ormai sono un marchio di fabbrica delle storie di Montalbano, con le sue nuotate in mare a Marinella (in realtà siamo a Punta Secca). Il finale poi mi ha fatto sorridere, il fatto che alla fine non è riuscito a incontrarsi con la sua Livia (non aggiungo altro) fa capire tante cose, che il nostro commissario quando c'è di mezzo l'amore va in tilt!

Un altro punto a favore di questo capitolo montalbaniano è stata la scorrevolezza della storia, non riuscivo a chiudere il libro perché volevo sapere come sarebbe proseguita l'indagine nel capitolo successivo. E poi il dialetto inventato da Camilleri ormai mi è familiare, quasi musicale.

Lo consiglio anche a chi non ha ancora letto nulla sul commissario Montalbano, anche se tra i miei preferiti resta assolutamente "Il cane di terracotta".


venerdì 22 luglio 2022

[Recensione] Tokyo Soundtrack - Hideo Furukawa

 


TOKYO SOUNDTRACK || Hideo Furukawa || Sellerio || 2018 || 764 pagine

In una Tokyo tropicale e surriscaldata giungono un ragazzo e una ragazza che hanno in comune un passato straordinario, sono riusciti a sopravvivere su un’isola deserta. Riportati alla civiltà, le loro vite prenderanno strade diverse, ma finiranno per convergere di nuovo nel caos elettrizzante e tossico della capitale giapponese.
All’inizio è l’eden, l’incanto di un’isola in cui l’uomo sembra non aver lasciato traccia. Ma durerà poco, perché al contrario l’attività umana ha stravolto il mondo. Tokyo è diventata una metropoli surriscaldata e impazzita, in cui la natura non ha più regole, i ciliegi sono sempre in fiore, zanzare e insetti trasmettono ogni tipo di malattia tropicale. Tutto è ostile, anche il clima politico: la suscettibilità verso gli stranieri è altissima, l’immigrazione clandestina ha cambiato il volto della società, e va combattuta a ogni costo.
Può sembrare un romanzo distopico, di pura immaginazione, invece, nel rovesciamento paradossale che appartiene a ogni finzione letteraria, molto è vero. Sono veri i luoghi, le strade, le tensioni e le atmosfere che vediamo noi stessi nelle nostre città.
Più che vero è il ritratto della sensibilità dei personaggi, dei ragazzi che sono al centro di una storia unica, quasi una nuova declinazione del realismo magico, in cui convergono fumetto manga e furore punk, per creare un romanzo di formazione del XXI secolo.
Tokyo Soundtrack racconta la felicità perduta, il linguaggio del corpo e dell’indipendenza, e poi la collera politica, la frustrazione, la rivolta. Con la voce dell’instabile sensibilità letteraria di questi anni Furukawa affronta temi contemporanei, l’identità sessuale, le migrazioni, il rapporto tra tecnologia e natura, all’interno di una narrazione in cui realtà e fantasia non vogliono più distinguersi, perché nel loro mescolarsi nasce uno strumento di massima libertà.

Recensione

Difficile definire questo romanzo di Furukawa: anzi credo che la maggior parte (o chi è riuscito a portare a termine la lettura, visto che siamo oltre le 700 pagine!) lo trova "strano" e non posso che confermarlo: è strano. Accadono tante cose diverse, anche se essenzialmente i protagonisti sono due ragazzini che per vicissitudini diverse prima convivono in un'isola deserta, poi vengono adottati ma si separeranno per vivere due vite diverse.

Ci viene presentata una storia di solitudini, alla continua ricerca di una loro identità. Credo che ci siano dei problemi in questo romanzo: lo stile non è lineare, forse è colpa della traduzione dal giapponese? Devo ammettere però che ci sono dei punti quasi geniali, ma vengono presto dimenticati nelle lunghe dissertazioni e nelle diverse situazioni che si vengono a creare, lasciando la storia in secondo piano per focalizzarsi su eventi secondari. Poteva essere scritto meglio a mio modesto parere, in certi punti risulta anche confusionario.

Non riesco ancora, dopo alcuni giorni che ho finito la lettura, a capire bene questa storia: cosa voleva lasciarci l'autore? Poi non capisco se sia un difetto la lunghezza del romanzo o sia invece lo stile dell'autore quello di dilungarsi. Tra i temi ricorrenti c'è la questione sull'immigrazione (gli immigrati vivono e lavorano di nascosto nelle viscere di Tokyo, trasportati di notte in bus anonimi) la crescita personale, il ritorno allo stato selvaggio dell'uomo (l'esperienza che fanno i due bambini nella prima parte del romanzo), l'alienazione che crea la vita urbana, la distruzione di se stessi (Touta).

Ho notato che si ispira ad Haruki Murakami in certi punti, ma lui resta inimitabile, mi spiace.


mercoledì 13 luglio 2022

[Recensione] La locanda del gatto nero - Seishi Yokomizo

 


LA LOCANDA DEL GATTO NERO || Seishi Yokomizo || Sellerio || 160 pagine

In un distretto di Tokyo, diventato nel dopoguerra «un pullulare di commerci clandestini», un bonzo del vicino tempio buddista è sorpreso a scavare spasmodicamente nel giardino della Locanda del Gatto nero. Dalla terra affiora un cadavere di donna. È una giovane evidentemente legata agli affari più o meno equivoci del locale ma ha il volto devastato e nessuno può riconoscerla. La polizia si concentra con poca fantasia sugli intrighi adulterini dei due proprietari dell’esercizio, i coniugi Itojima. Il marito sarebbe l’assassino della moglie in complicità con l’amante. Ma alcuni colpi di scena sconvolgono questa ricostruzione. È a questo punto che entra in scena il detective Kindaichi Kōsuke, trasandato, irritante, balbuziente, infallibile: e tutto quanto, da puzzle inestricabile, diventa narrazione coerente.
Spiega l’autore, nella cornice del romanzo – in cui immagina che proprio il detective gli abbia consegnato i documenti per la storia da scrivere – che La locanda del Gatto nero è un thriller del genere del «delitto senza volto». Infatti Yokomizo Seishi è stato il popolarissimo traghettatore nella cultura giapponese della detective story di scuola occidentale; e capace di saldare questa solida tradizione con le paure ataviche e il gusto horror tipici della sua terra. Kindaichi, poliziotto privato giapponese dalla eccentrica personalità e un talento per i misteri irrisolvibili, è esemplare in patria quanto Maigret in Europa.

Recensione

Definito il Simenon giapponese, leggo questo romanzo giallo di Seishi Yokomizo trovato per caso in biblioteca. Il caso è particolare: si trova il cadavere di una donna senza testa, e subito si pensa che ad ucciderla forse sia stato il marito, proprietario della locanda del gatto nero. Ma il detective protagonista non è convinto di questa messinscena e inizia a scavare nel passato della coppia dei gestori, scoprendo sorprendenti verità.

Un bel giallo, da leggere in spiaggia.


venerdì 17 giugno 2022

[Recensione] La pazienza del ragno - Andrea Camilleri

 


LA PAZIENZA DEL RAGNO || Andrea Camilleri || Sellerio || 2004 || 255 pagine

«Può un omo, arrivato oramà alla fine della so carriera, arribbillarsi a uno stato di cose che ha contribuito a mantiniri?». Il commissario Montalbano sente il peso degli anni. E della solitudine. Si intenerisce, mentre cerca le parole e i gesti che lo nascondano agli altri; le parole che facciano barriera. Ascolta la voce di dentro. Si interroga: «Era solo un omo che aviva un pirsonale criterio di giudizio supra a ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. E certe volte quello che lui pinsava giusto arrisultava sbagliato per la giustizia. E viceversa. Allura, era megliu essiri d'accordo con la giustizia, quella scritta supra i libri, o con la propia cuscenza?». Il dilemma è da tragedia greca. Ma qui, nella malinconia e negli addolcimenti pudichi di una maturità giunta quasi al consuntivo, non l'eccezionalità dell'eroe importa; ma l'integrità di un individuo normale, che gli adempimenti dell'ufficio mette in rapporto con la falsità «politica», con la personale ricerca della franchezza, e con l'accertamento (se non pubblico, almeno privato) della verità. Montalbano si confronta pure con le convenzioni romanzesche del genere giallo. Per sottrarsi al «mestiere»: moralista senza moralismi, vulnerato dalla ingiustizia e dalla «libertà» di rapina governativamente legalizzata e accasata; e investigatore in servizio straordinario nel romanzo, che metaforiche «ferite», date o ricevute, fa pulsare nel non detto delle emozioni e nel clamore dello scandalo. La pazienza del ragno è un giallo anomalo. Senza «delitto» e spargimenti di sangue. A meno che delitto cruento non venga considerato lo splendore di vite costrette a consumarsi e a sprecarsi nell'odio. Nell'attesa di una catarsi che, accompagnata dalla solidale e indulgente compassione di Montalbano, metta in calma le coscienze e le riposizioni nel gioco delle parti: dopo che l'agitazione «teatrale» della «ragnatela», pazientemente tessuta dall'odio, ha esaurito la funzione strategica di «menzogna» che sulla scena ha portato, irretendolo, il vero colpevole.

Recensione

Montalbano è stato ferito nel romanzo precedente (Il giro di boa) e lo ritroviamo ancora convalescente coi ricordi della sua permanenza in ospedale dopo essere stato operato per l'estrazione di un proiettile. La sua eterna fidanzata Livia si è pure presa le ferie per stargli accanto e i loro litigi sono quasi tutti i giorni (ecco forse perché vivono distanti, anche per evitare di bisticciare). Mentre tenta di recuperare a casa, viene chiamato per un caso di rapimento: una ragazza non si trova più ma solo il suo motorino. A capo delle indagini non c'è lui ma un collega, lui fa diciamo da aiutante (senza fare troppi sforzi fisici).

Scopro che Adelina, la cameriera/cuoca del commissario, non sopporta Livia e infatti quando Livia è a casa del commissario Adelina scompare (gelosetta, eh?).

Anche questo caso mi è piaciuto, forse più deboluccio a livello di trama rispetto agli altri, ma scorre come il mare dove Montalbano si fa il suo bagnetto (e se lo fa anche stavolta, rischiando di morire annegato e raffreddato!).


venerdì 24 dicembre 2021

[Recensione] La casa di carta - Carlos María Domínguez

 


LA CASA DI CARTA || Carlos María Domínguez || Sellerio || 2011 || 96 pagine

L’Io narrante è un docente argentino di ispanistica all’Università di Cambridge, che ha sostituito una collega, Bluma Lennon, travolta mortalmente da un’auto mentre leggeva, incantata nel verso, una poesia di Emily Dickinson. Il professore riceve un libro a lei spedito, La linea d’ombra di Conrad, impastato con frammenti di cemento, recante una dedica della stessa Bluma che sembra accennare a un’avventura amorosa. Una restituzione, secondo tutte le apparenze. E non resiste alla tentazione di entrare nell’intimità di Bluma, di decifrare il mistero di un legame tranciato dal destino, che, attraverso quel testo dell’amato Conrad recuperato da chissà quale distruzione, gli manda una specie di messaggio imperioso racchiuso in un silenzio da squarciare. Approfitta così di un ritorno al suo paese, per trovarsi, tra Buenos Aires e Montevideo, dietro le tracce evanescenti di un uomo, Carlos Brauer. Era il destinatario, all’inizio di tutto, di quel volume dedicato poi restituito; e in una occasione aveva espresso su Bluma – rivela al professore un individuo che lo conobbe bene nelle sue ossessioni – una profezia stranamente precisa. Celebre bibliofilo, prigioniero della divorante passione per le collezioni bibliotecarie, Carlos era svanito verso terre estreme, dopo aver inseguito una chimera di dominio che lo aveva precipitato nell’inquietudine o nell’insania. Raggiunto il rifugio finale del bibliofilo, sulla costiera di una finisterre sudamericana, il professore apprende finalmente il segreto che lega Bluma a Carlos: un capriccio, una beffa del tempo circolare. La casa di carta si situa in quella narrativa incentrata su temi fantastico-intellettuali, e ha nobili maestri nel paese dell’argentino Domínguez. Le tenaci realtà generate dalla finzione o dall’interpretazione o dall’equivoco; «i libri che cambiano il destino delle persone»: con svolgimenti, in questo racconto, che seguono le linee dell’allegoria e della ricerca avventurosa.

RECENSIONE

Breve romanzo su un appassionato bibliofilo innamorato di una professoressa dove un professore che la sostituisce andrà sulle sue tracce, tutto per colpa di un misterioso libro, La linea d'ombra di Conrad, per scoprire che fine abbia fatto.


Una storia curiosa, con un pizzico di giallo, che sottilinea l'amore per chi ama collezionare e leggere libri, tanto da costruirsi una casa coi libri!


venerdì 5 novembre 2021

[Recensione] Solaris - Stanislaw Lem

 


SOLARIS || Stanislaw Lem || Sellerio || 2013 || 317 pagine

Solaris è il capolavoro della fantascienza filosofica. Siamo nel lembo più estremo dell’universo esplorato dal genere umano. Un astronauta, dalla Terra, approda nella stazione spaziale che gira intorno al pianeta Solaris. Qui trova un’atmosfera di mistero e sospetto: nessuno lo accoglie, i pochi ospiti della astronave sembrano angosciati e sopraffatti, c’è un morto recente a cui si allude con circospezione ma senza sorpresa, gli oggetti subiscono strane deformazioni, si avvertono presenze. Solaris è noto agli umani come il grande pianeta «vivente». Appare in forma di vasto oceano e avrebbe dovuto conflagrare se la sua orbita avesse seguito le leggi della fisica. Ma è come dotato di capacità cosciente di reazione e questa capacità sembra legata alle apparizioni di fantasmi, proiezioni viventi di incubi, sogni e fantasie. L’astronauta è costretto a interrogarsi, mentre lo contagia la stessa angoscia che domina in tutto l’ambiente. Sul mistero della morte del compagno, innanzitutto. Ma questo lo spinge verso maggiori enigmi da svelare: se Solaris ha una propria vita, e che tipo alternativo di forma di vita; se le «apparizioni» hanno una qualche spiegazione accessibile; se tutta questa attività ha un fine, in qualche modo legato ai destini esistenziali degli umani. Se non è tutto addirittura un immane messaggio. Un’avventura avvincente e carica di attesa e mistero. Ma si potrebbe dire anche un’avventura epistemologica, nel senso che presenta alla lente della riflessione un numero enorme di quesiti che abitano i rami della filosofia. Fra essi, il più suggestivo sembra essere il tema dell’Identità, del Soggetto, dell’Io. Non esiste l’Io unico e identico a se stesso. Ognuno è un arcipelago di Io, e ciascuna delle isole di questo arcipelago si muove nei confronti dell’Io che le contiene, come un universo parallelo. Del resto, la mente, i suoi confini, le sue possibilità, i suoi legami con la potente macchina che la sorregge, il cervello, sono i temi attorno ai quali hanno sempre ruotato le storie di fantascienza di questo scrittore di Leopoli, cresciuto a Cracovia, esperto cibernetico, che è annoverato tra gli influenti capostipiti della moderna fiction di realtà virtuali.

RECENSIONE

Capolavoro in assoluto della fantascienza filosofica.

Era il 1961 quando lo scrittore, filosofo e scienziato Stanislaw Lem pubblicò Solaris. La vasta cultura dell’Autore, candidato al premio Nobel, traspare in ogni riga, e il romanzo rimane attuale come ogni classico che si rispetti. La solida preparazione scientifica rende credibili le dispute accademiche, le rappresentazioni degli ambienti, delle apparecchiature e degli strumenti. Gli eventi sono narrati con toni minimalisti, senza indugiare su dettagli superflui che a distanza di anni potrebbero apparire sorpassati o involontariamente comici. Le previsioni sul futuro della conquista dello spazio sono verosimili; addirittura si prefigurano stazioni spaziali, videotelefoni, elenchi telematici simili a pagine di internet. I dibattiti accademici, i problemi tecnici, le aspettative della gente riguardo la colonizzazione di Solaris sono analoghi a quelli che oggi interessano la conquista di Marte.
Le vicende che si svolgono sul pianeta Solaris sono tuttavia un pretesto o un mezzo per far riflettere su temi filosofici. Fin dalle prime pagine il lettore viene immerso in un’atmosfera opprimente e cupa; razzi e astronavi attraversano lo spazio, si accenna alla colonizzazione della galassia eppure la mente umana e le sue imprevedibili reazioni rimangono un mistero insondabile.
I resoconti delle esplorazioni e delle teorie sviluppate nel corso dei decenni possono apparire lenti, forse noiosi, ma sono necessari per fornire verosimiglianza e sottolineare il clima cupo che grava sugli astronauti
Stupefacente, a dir poco, è la descrizione della superficie fluida e delle formazioni di plasma pulsante che animano l’oceano vivente.
Solaris, come si sarà intuito, non è un libro facile. La lettura è leggermente compromessa da una traduzione non proprio agile, costantemente in bilico tra l’arditezza e l’approssimazione. Ma l’atmosfera estraniante – alienante – non ne risente, riuscendo forse proprio amplificata da certi accostamenti di termini in grado di evocare immagini e suggestioni ataviche. Per ammissione del suo autore, dopotutto, questo è forse il suo romanzo più inspiegabile, prodotto di un autentico processo inconscio. La tematica del rapporto tra la scienza e la tecnologia, e tra la tecnologia e la conoscenza, l’indagine dei meccanismi sottesi ai processi cognitivi sono, come già accennato, i motivi ricorrenti della produzione di Lem. In questo caso la speculazione è approfondita dall’esame dei risvolti psicologici di una situazione ai confini della comprensibilità e dell’umana tolleranza. La precarietà della condizione umana, l’incomunicabilità e l’esilità dei rapporti trapelano dalle pagine e le elevano ad un livello di universalità ineccepibile. E l’ossessione per il doppio, per il riflesso della realtà, anticipa di un decennio la lezione dickiana.

martedì 19 ottobre 2021

[Recensione] Il giro di boa - Andrea Camilleri

 


IL GIRO DI BOA || Andrea Camilleri || Sellerio || 2003 || 288 pagine

L'inchiesta più dura del commissario Montalbano comincia con un cadavere pescato per caso in alto mare. L'incrocia Montalbano mentre nuota al limite dello stordimento per lavarsi di dosso una notte di cattivi pensieri e malumori. I fatti politici, certi eventi di repressione poliziesca, l'atteggiamento verso gli immigrati: tutto cospira a farlo sentire un isolato, forse superato dai tempi, e il cadavere anonimo, destinato com'è a restare senza pace di giustizia, archiviato da banale caso di clandestino annegato, gli sembra armonizzarsi macabramente col suo senso di solitudine. Per il commissario è una sfida, che lo scuote dal proposito di dimettersi, e lo spinge per la rischiosa strada di un'inchiesta doppia, su delitti apparentemente indipendenti e accomunati solo dall'infame ferocia che lasciano immaginare. Due casi da «convergenze parallele», li definirà: due linee che pur destinate a ritrovarsi in un punto, si rifiutano di farlo: qualcosa, di enigmatico, di inquietante, di resistente, impedisce agli indizi di sistemarsi nel puzzle, lasciando i due casi, appunto, paralleli. La verità che aspetta, alla fine il commissario, sarà di quelle di inaccettabile orrore, che cambiano per sempre una persona. Anche uno come il commissario Montalbano.

RECENSIONE

Il commissario Montalbano si imbatte in un doppio caso: il ritrovamento di un cadavere a mare e la sparizione di un bambino. E mai come in questa indagine troviamo un Montalbano così deciso a rinunciare alla sua carriera (ebbene sì, vuole dare la dimissioni per la corruzione che c'è nella polizia!) e così pieno di umanità. Ancora una volta il buon Camilleri si ritrova in uno stato di grazia e ci regala una storia indimenticabile e piena di tristezza, che ha come sfondo la tratta degli immigrati provenienti dall'Africa.

[Recensione] Il pensionato signor Bougran - Joris-Karl Huysmans

  IL PENSIONATO SIGNOR BOUGRAN || Joris-Karl Huysmans || Sellerio || 1984 || 54 p. Timbri, pennini, polvere d'ufficio, mezzemaniche e as...