martedì 6 luglio 2021

[Recensione] La leggenda di Sigurd e Gudrún - J.R.R. Tolkien

 


LA LEGGENDA DI SIGURD & GUDRUN || J.R.R. Tolkien || Bompiani || 1 ottobre 2009 || 436 pagine

II libro racconta due leggende intrecciate, quella di Sigurd e quella di Gudrun, presenti anche nella saga dei Nibelunghi. Di Sigurd (Sigfrido), vengono narrate le imprese eroiche, volute dalla madre per vendicare la morte di Sigmund, fino alla conquista della valchiria Brynhildr (Brunilde), che Sigurd "risveglia" dal suo sonno simbolico. Sarà proprio per amore di Brunilde che Sigurd morirà, ucciso per volere di un suo altro pretendente. Di Gudrun, inconsolabile vedova di Sigurd, leggiamo invece la storia di vendetta; Gudrun, infatti, straziata dal dolore per la perdita di Sigurd, giura di vendicarne la morte. Sposa quindi Affila (Atli), re degli Unni, e attira i fratelli e il loro uomo di fiducia Hagen (Hogni) in una trappola mortale: dopo una feroce battaglia, riesce a catturarli e li uccide, poi li da in pasto al marito, che assassina dopo questa orribile punizione.

RECENSIONE

Scusate la prolissità.
Il materiale che Christopher Tolkien, figlio terzogenito di John Ronald Reuel Tolkien ed esecutore testamentario scelto dal padre, ha dato alle stampe in oltre tre decenni, a partire dalla versione de Il Silmarillion (1977), quattro anni dopo la morte dell'autore, è enorme: è incredibile quanto materiale il caro Tolkien sia riuscito a scrivere (ma non a pubblicare), una quantità così alta che ancora non siamo giunti alla fine e che il figlio Christopher sta attualmente continuando a catalogare e a ordinare per darlo alle stampe. Quindi oggi è grazie a Christopher che abbiamo la possibilità di poter leggere (e che goduria) Il già citato Silmarillion, una sorta di Bibbia della Terra di Mezzo, I figli di Hurin (una storia che ci descrive la prima Era della Terra di Mezzo e che ha molte somiglianze, tra l'altro, con la Leggenda di Sigurd e Gudrun), Sir Gawain e il Cavaliere Verde (Edizioni Mediterranee, 2009), Racconti perduti, Racconti ritrovati, Racconti incompiuti e tanta altra roba. E tra queste perle inedite pubblicate dopo la morte di Tolkien fino ad oggi, possiamo ritrovarci tra le mani il non meno importante, rispetto a Il Signore degli Anelli, La Leggenda di Sigurd e Gudrun, che ci svela l'altra faccia di Tolkien, dai più ignorata o sconosciuta da quella del Tolkien narratore, ovvero quella del Tolkien studioso, medievalista, filologo e mitologo. Egli ad un certo punto della carriera universitaria entrò in contatto con E.V. Gordon, esattamente nel 1922, col quale scoprirà l'epica medievale studiando il Sir Gawain and the Green Knight, che riprese tale poema in inglese moderno pur effettuandone una versione poetica straordinaria. Ma adesso focalizziamoci sulla nostra opera: ora che l'ho letta ho compreso come Tolkien svilupperà le idee per Lo Hobbit e per il Signore degli Anelli, nati grazie appunto agli studi che egli fece sia di quest'opera che dei miti nordici. Grande studioso della poesia norrena, conosciuta come Edda antica o Edda poetica, egli scrisse due opere poetiche in cui riprendeva la leggenda dei Volsunghi (o dei Nibelunghi): opere scritte in inglese moderno ma con la metrica norrena. Tali poemi erano "Il nuovo lai dei Volsunghi" e "Il nuovo lai di Gudrun", che attingono alla sua profonda conoscenza dell'Edda poetica e della lingua norrena (un islandese antico). Secondo Christopher Tolkien si dedicò allo studio e alla stesura di questi due poemi non più tardi del 1935 (ma non ne è sicuro), dopo aver interrotto Il lai di Leithian (la leggenda di Beren e Luthien, che potete leggere ne Il Silmarillion) verso la fine del 1931. E il figlio ritrovò un'annotazione del padre che, datata 29 gennaio 1968, diceva: "Credo di avere da qualche parte un lungo poema inedito chiamato Volsungakvida en nyja, scritto in fornyrdislag, in stanze di otto versi, in inglese. Un tentativo di organizzare il materiale dell'Edda che tratta di Sigurd e Gunnar." Purtroppo la lettura di questi due poemi non è per niente facile, soprattutto se non siamo esperti studiosi di leggende nordiche in lingua originale, e Christopher ne è ben consapevole al punto che ha deciso di inserire, oltre al testo originale, i commenti e le note personali di Tolkien, seppur incompleti e non sempre facili da comprendere. La poesia dell'antico norvegese si basa sulle antiche mitologie e religioni locali, risalenti a non si quando né dove; leggende e racconti popolari, storie d'eroi, nate nel corso di parecchi secoli e prospettivamente schiacciate insieme dal teleobiettivo del tempo, alcune locali e preistoriche, altre echeggianti eventi storici del Sud, altre, locali anch'esse, ma risalenti all'epoca vichinga o a poco dopo. Dai Goti vennero le rune e dai Goti venne Odin (Gautr), il dio della saggezza runica, dei re e dei sacrifici. Odin era considerato il più grande degli dèi nordici. Si può dire che lo spirito di queste composizioni è stato considerato un ramo del comune spirito germanico e si ritrova il Godlessness, "assenza di Dio": porre la fiducia unicamente in sé stessi e nella propria indomabile volontà. Comunque in Islanda si raccolsero in forma scritta le opere poetiche. L'Edda minore e Edda in prosa di Snorri Sturluson è una devota raccolta di frammenti, scritta allo scopo di aiutare a capire e a scrivere la poesia che richiedeva una conoscenza del mito. Ma di questa Edda tanto citata cosa ne è rimasta oggi? Un solo manoscritto è rimasto, il numero 2365-4° della Collezione Reale di Copenaghen, noto col nome Codex Regius, esso contiene 29 composizioni, del quale ne rimangono solo 45 fogli. Purtroppo sono andate perdute 16 facciate. L'Edda poetica è una raccolta di composizioni di grande diversità, scritte da poeti vissuti anche a secoli di distanza tra loro. Gran parte dei canti eroici parla della storia dei Volsunghi, ma i canti sono disordinati e lacunosi, e la quinta segnatura del Codex Regius è scomparsa molto tempo fa, con la perdita di tutta la trattazione centrale della leggenda di Sigurd. Allora ci può venire in aiuto la leggenda nordica dei Volsunghi, la Volsunga Saga, dove ci viene narrata il destino dell'intera razza dei Volsunghi, a partire dall'antica origine di Sigmund, padre di Sigurd, e proseguendo fino alla caduta dei Nibelunghi e alla morte di Attila (Atli) e oltre. Ma torniamo al nostro Tolkien: egli così rispose alla domanda circa lo scopo delle sue composizioni sulla falsariga di quegli antichi poemi in norreno: "Come presente poeta, ho inteso che l'antica leggenda simboleggiasse la prudenza e la saggezza umane e come esse siano accompagnate ogni volta dalla follia e dal male che finiranno per sconfiggerle, ma solo per far nascere un eroismo ancora più grande, una saggezza più profonda."
Quella che leggerete è un'antica leggenda del Nord, dove c'è un drago da sconfiggere, lotte tra popoli diversi, matrimoni e promesse infrante, magie, dei ed eroi, entrerete in un universo tragico e in balia del Fato, un universo (parafrasando Gianfranco De Turris) ancestrale indoeuropeo le cui tracce sono rimaste in molte culture delle origini. Passioni violente, giuramenti traditi, folli vendette, omicidi terribili, parricidi, incesti, suicidi, lotte familiari, guerra per la conquista di una donna, morti atroci, spietatezza, crudeltà, riti pagani, disprezzo dei pavidi e dei vigliacchi, e tanta tanta altra roba. Ripeto, non è una lettura per niente facile, ma ve la straconsiglio: ne uscirete fuori davvero cambiati. E capirete cosa significa davvero epica, leggenda e mito. E non le schifezze innominabili che vengono pubblicate a palate e che si definiscono storie mitiche e leggendarie. Si vede che alcuni autori non conosceva l'epica norrena, e peggio per loro (e per i lettori che gli vanno dietro). Ricordate: la cultura va coltivata, continuate a cercare e a studiare, soprattutto sui testi antichi.


lunedì 5 luglio 2021

[Recensione] Suzie Moore e il nuovo viaggio al centro della Terra - Anita Book

 


SUZIE MOORE E IL NUOVO VIAGGIO AL CENTRO DELLA TERRA || Anita Book || Dunwich Edizioni || 1 aprile 2015 || 324 pagine

Suzie Moore non è una ragazza come tutte le altre. Si veste in modo strano, è cinica e odia le persone. È nata in Illinois ma vive a Roma, dopo che la sua famiglia è morta tragicamente in una bufera di neve. Ama la musica ma non la scuola. Tuttavia proprio un libro cambierà per sempre la sua vita. Nascosto nel computer del preside della Scuola Americana di Roma, troverà un misterioso file che le darà accesso a un mondo di fantasia: quello descritto da Jules Verne nel suo Viaggio al Centro della Terra. Vivrà così un'avventura incredibile, al fianco del folle professor Lidenbrock e del giovane nipote Axel, il cui fascino metterà in crisi persino il suo cuore. Da Amburgo all'Islanda, dalla vetta del monte Sneffels alle profondità della Terra e là, dove Jules Verne non è mai andato e dove il confine tra finzione e realtà è un orizzonte quasi invisibile. E mentre la vita di tutti i giorni continua a scorrere, tra scuola e amici, delusioni e piccole e grandi conquiste, qualcosa dentro di lei - in un mondo diverso - le darà le giuste lezioni per superare le sue paure.

RECENSIONE

Suzie è una ragazza dal carattere forte e diretta, e fa la vocalist in un gruppo rock. Un giorno scopre per caso un misterioso file che racchiude un messaggio per lei e ha come allegato un libro di Jules Verne, Il "Viaggio al centro della terra". E quando Suzie inizierà, spinta dalla curiosità, a leggerlo, si ritroverà magicamente proiettata in quel fantastico mondo e conoscerà nuovi amici. Ma com'è possibile tutto ciò?

Un interessante romanzo fantasy scritto dalla cara amica e collega blogger e booktuber Anita Book, che riesce a narrarci l'evoluzione psicologica dell'adolescente Suzie, all'inizio arrabbiata con tutto e tutti, e poi pian piano riscopre la sua vera natura, riuscendo a riscoprire se stessa in avventure mozzafiato che la spingeranno sempre più al centro della terra, e il confine tra realtà e fantasia sparisce completamente. La morale, secondo me, è che ognuno di noi deve crescere e maturare sempre, non dobbiamo lasciarci scoraggiare dagli eventi brutti che ci possono accadere (come la perdita della famiglia in un incidente, quello che è successo a Suzie), ma trovare sempre il meglio in noi stessi e negli altri, che spesso sotterriamo o abbiamo paura di far emergere. Un buona storia, e leggendo l'epilogo, non pare finisca qua, ma continuerà sicuramente.

Il blog di Anita: L'ora del libro 


sabato 3 luglio 2021

[Recensione] Il chiostro degli incurabili - Marco Granato

 


IL CHIOSTRO DEGLI INCURABILI || Marco Granato || 6 gennaio 2015 || 154 pagine

Un viceré spagnolo innamorato di Napoli commissiona un affresco a Giorgio Vasari per la sua nuova reggia. Ne viene fuori un imponente decoro dal sapore alchemico che fungerà da ispirazione per qualcuno che l’alchimia la conosce per davvero. Giambattista Della Porta, scienziato e alchimista, decide di tramandare l’occulto scibile in suo possesso facendo affrescare le volte del luogo che più di ogni altro ama: il Chiostro dell’Ospedale Incurabili a Napoli. In seguito, fornisce indicazioni a un suo discepolo, Giambattista Manso, per instradarlo alla ricerca del sistema per la realizzazione della Pietra Filosofale.
Manso, dopo aver speso ogni energia in suo possesso per individuare il tassello mancante, passa il testimone a un avvocato appassionato di anagrammi, il quale scrive un’opera con l’intento di continuare la catena di sapienza pervenutagli. E grazie a quest’opera, solo un secolo dopo un eruditissimo abate, imbeccato da un architetto borbonico, individua nel Chiostro e nello scritto dell’avvocato, la chiave di volta per la realizzazione alchemica. A sua volta, l’abate lascia una traccia complicatissima per indirizzare le successive generazioni verso il Chiostro, traccia che viene raccolta da due rivoluzionari in cerca di fondi per il loro intento eversivo. E ancora, mezzo secolo dopo, un medico dell’ospedale si imbatte negli indizi lasciati in eredità dai rivoluzionari e coinvolge nella ricerca il suo gruppo massonico.
Una staffetta che si rincorre attraverso quattro secoli fino a giungere alla contemporaneità nella quale il lettore può, liberamente e senza sforzi, controllare di persona le bizzarre corrispondenze suggerite dal libro.

RECENSIONE

Premetto nel dire che non sono un appassionato di tematiche esoterico-alchemiche, ma non posso negare una certa curiosità su alcuni temi che li riguardano. Il mio amico Gaetano, invece, si che conosce bene la "materia" e molte cose le avevo già abbondantemente apprese da lui. Ma il libro non mi è dispiaciuto. Scritto a mo' di reportage storico, da capitolo a capitolo conosceremo come il mito della Pietra Filosofale ha spinto diversi dotto uomini (scienziati, dottori, alchimisti, filosofi, teologi, sacerdoti, frati, studiosi, letterati, viceré, eccetera eccetera) alla chimerica ricerca di questa magica sorta di panacea universale, ossia il tramutare il vil metallo in oro purissimo, e come si sono tramandati i segreti in codici e anagrammi vari, sempre più vicini a trovare la soluzione all'enigma. Si parte dal 1500 (anche se la ricerca era iniziata molti secoli prima) per giungere fino al Novecento, con un finale a sorpresa. Conosceremo personalità realmente esistite come Don Pedro de Toledo, Viceré di Napoli nel 500 e fondatore dell'Ordine Cavalleresco di Santiago de la Espada; Giambattista Della Porta, genio alchimista, filosofo, fondatore dell'Academia Secretorum Naturae; Giovan Battista Manso, aristocratico, fondatore dell'Accademia degli Oziosi; Gennaro Grosso, anagrammista; Carlo Zoccoli, architetto appassionato di matematica (e non solo); Carlo Lauberg, padre scolopio e scienziato; Nunziante Ippolito, dottore dell'Ospedale degli Incurabili e tanti altri personaggi. E, protagonista di tutta la storia, la bellissima Napoli, con i suoi avvolgenti profumi, persone, paesaggi mozzafiato e brulicante di vita. Se siete appassionati di queste tematiche esoteriche-alchemiche-massoniche eccetera, allora vi consiglio la lettura di questo libro.


venerdì 2 luglio 2021

[Recensione] Quer pasticciaccio brutto de via Merulana - Carlo Emilio Gadda

 


QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIA MERULANA || Carlo Emilio Gadda || Garzanti || settembre 2013 || 275 pagine

Apparso in "Letteratura" nell'immediato dopoguerra, inizialmente letto e ammirato da pochi, il "Pasticciaccio" fu scritto a Firenze nel ricordo lontano di soggiorni romani, ma come rinverditi da quotidiane immersioni nella lettura del Belli e intessuto su un reale fatto di sangue. L'intrigo poliziesco che ne deriva si giustifica in duplice direzione: eco del mondo e bricolage letterario. Il fascismo, la morte, il lenocinio, il furto, le bassezze degli uomini, tutte metafore di un male oscuro, conducono il lettore dallo sgomento al riso, ricordandogli che il mondo è teatro e quindi parodia.

RECENSIONE

Difficile, davvero arduo, collocare questa opera letteraria di Gadda (forse la più celebre) in un solo genere letterario: può essere insieme giallo, avventura, filosofico, sociologico, classico, ironico, e potrei continuare ancora per molto. Il mio consiglio è uno solo: leggetelo, perché questa opera è prima di tutto un'esperienza da fare personalmente. Questa dovrebbe essere una mia recensione a caldo, visto che l'ho terminato proprio ieri. Ma non credo di riuscire a recensire un'opera del genere. Se vi approccerete a questa lettura con l'intento di scoprire chi sia il colpevole dell'omicidio della signora, lasciate perdere: non è un giallo tradizionale, e alla fine non verrà detto (forse supposto) chi esso o essa sia stato. Potrei dire che questa opera è un pretesto, un pretesto per l'autore per raccontarci la sua Roma, coi suoi dialetti, i suoi mercati confusionari e zeppi di cibo delizioso, del pasticciaccio che si crea attorno a tutta la vicenda, dell'anima dei vari personaggi che ruotano intorno a Ingravallo, un vero e proprio esercizio di stile linguistico (con diversi dialetti italiani), con vocaboli ricercati.

Difficile da leggere? Sì, eccome. Avevo letto questo romanzo qualche anno fa, e l'ho interrotto a pagina 200. Avevo però compreso che era un capolavoro per pochi palati sopraffini. Ma non dite che è noioso, questo sarebbe un peccato mortale: è tutto l'opposto, è un'opera troppo per noi comuni lettori. Se qualcuno non capisce questo, non capisce la grandezza di Gadda, troppo avanti per noi comuni mortali.


giovedì 1 luglio 2021

[Recensione] La spia sul tetto del mondo - Sydney Wignall

 


LA SPIA SUL TETTO DEL MONDO || Sydney Wignall || Il Saggiatore || 2001 || 386 pagine

Quando Sydney Wignall intraprende una spedizione alpinistica sull'Himalaya, non può immaginare che sta per rischiare la vita in un drammatico contrasto fra India e Cina. É il 1955. Il primo ministro indiano Nehru ha vietato ogni attività spionistica nei confronti dei cinesi, che dal 1950 occupano parte del Tibet. Alcuni ufficiali indiani, però, hanno deciso di disobbedire e di controllare segretamente i movimenti delle truppe cinesi al confine. Sanno che i cinesi stanno costruendo una strada in Tibet per rafforzare il proprio contingente militare ed espandersi a danno dell'India, ma per convincere il loro primo ministro hanno bisogno di prove. Un'ottima occasione si presenta quando Wignall inizia la sua spedizione: l'esploratore può entrare illegalmente in Tibet e ottenere informazioni preziose. Traditi da una spia, Sydney Wignall, John Harrop e Damodar Suwal vengono arrestati dagli ufficiali del PLA (l'esercito di liberazione della Repubblica popolare cinese), rinchiusi per tre mesi nella prigione militare di Taklakot e sottoposti a continue vessazioni. Rilasciati in seguito a forti pressioni internazionali, vengono abbandonati - esausti, affamati e quasi privi di forze - ai piedi di uno dei passi più impervi dell'Himalaya. E costretti ad attraversare, in dicembre, la temutissima gola del Seti, mai superata prima d'allora in pieno inverno.
Il racconto in prima persona del loro viaggio di ritorno diventa una delle pagine più leggendarie nella storia dell'alpinismo. Testimonianza di resistenza fisica e psicologica, prova di coraggio e determinazione, La spia sul tetto del mondo si può leggere come un romanzo di avventura, un'intricata spy story, un'appassionata epica della montagna. Un libro che provoca la gelida vertigine che solo le vette del mondo possono dare.

RECENSIONE

Sydney assieme all'amico John partono per il Tibet dove vogliono scalare il Gurla Mandata, alto ben 7728 metri. Durante questo avventuroso viaggio accetta di far da spia al governo indiano per appurare che i cinesi stiano effettivamente provando ad invadere il Tibet e ad occuparne una parte per una futura invasione dell'India. Siamo nel 1955. Ed è tutto vero. Ma i nostri eroi vengono arrestati e imprigionati dall'esercito cinese, e vengono interrogati dal terribile PLA (l'esercito di liberazione della Repubblica popolare cinese).
La maestria di Sydney sta nel narrarci la sua vera avventura sul Tibet, prima come libero scalatore alpinista, poi come innocente prigioniero dei cinesi. Una rara e importante testimonianza di quelle orribili cose che hanno fatto i cinesi, una fra tutte l'aver distrutto i tibetani e la loro cultura, l'aver scacciato il Dalai Lama, e addirittura, come scrive l'autore nel finale, aver anche tentato di assassinarlo perché "pretende" l'indipendenza del Tibet. Se leggerete questo diario di viaggio, non avrete più in tanta simpatia non solo il comunismo, ma anche i cinesi. Ed è tutto vero. Pur di nascondere la verità, infatti, il PLA era sicuro che i due alpinisti liberati sarebbero morti nella strada del ritorno, pensate che li liberarono in pieno inverno ed effettivamente si solo salvati più di una volta per miracolo. Ma come si dice, la verità alla fine è venuta a galla.


mercoledì 30 giugno 2021

[Recensione] In Patagonia - Bruce Chatwin

 


IN PATAGONIA || Bruce Chatwin || Adelphi || 1 gennaio 2003 || 264 pagine

Dopo l’ultima guerra, alcuni ragazzi inglesi, fra cui l’autore di questo libro, chini sulle carte geografiche, cercavano il luogo giusto per sfuggire alla prossima distruzione nucleare. Scelsero la Patagonia. E proprio in Patagonia si sarebbe spinto Bruce Chatwin, non già per salvarsi da una catastrofe, ma sulle tracce di un mostro preistorico e di un parente navigatore. Pubblicato nel 1977 come opera prima, questo libro appartiene alla specie rarissima dei libri che provocano una sorta di innamoramento. La Patagonia di Chatwin diventa, per chiunque si appassioni alla sua scrittura, un luogo che mancava alla propria geografia personale e di cui avvertiva segretamente il bisogno.

RECENSIONE

Ho ripreso in mano questo bel libro di viaggio in questi ultimi giorni di agosto del 2015, dopo averlo letto e assaporato negli ultimi giorni di aprile del 2007, quindi otto anni fa. Stava nella mia libreria e ogni tanto, in questi anni, gli davo un'affettuosa occhiata. Forse annoiato da questa nuova sessione di esami, forse desideroso di viaggiare, l'ho riletto e sto per terminarlo per la seconda volta. Che potrei aggiungere? Mi fa svagare dall'ordinarietà della vita, riesce col suo stile inimitabile (spesso ironico) a farmi immaginare la Patagonia, questa terra desolata di allevatori di pecore, di indios, di ritrovamenti preistorici, di viaggi in mare. Chatwin ci descrive non solo la sua avventura in Patagonia, iniziata nel dicembre del 1974, ma anche le storie delle persone (che lui trasforma in personaggi degni del miglior film di avventura) soprattutto nella prima parte le storie di alcuni banditi che subito ti fanno venire in mente i film western come Butch Cassidy o Wilson e Evans. Ma l'autore ci descrive brevemente anche i fondatori di alcune città o villaggi della Patagonia, con riferimenti politici (seppur accennati) o alcune avventure di scopritori e studiosi come Darwin e Cook. Ripeto, per elencare tutti i personaggi che Bruce cita o ci presenta le gesta sarebbe davvero lunga, vi basti sapere che se amate viaggiare, soprattutto in posti solitari e poco conosciuti, allora questo è certamente il libro che dovete assolutamente leggere al più presto. Di Chatwin leggerò anche "Che ci faccio qui?" che ho già acquistato. Ho scoperto che ha anche scritto Ritorno in Patagonia (o un titolo simile) che devo recuperare assolutamente.

lunedì 21 giugno 2021

[Recensione] Gli eredi della Terra - Kate Wilhelm

 


GLI EREDI DELLA TERRA || Kate Wilhelm || 1989 || 244 pagine

RECENSIONE

Vincitrice del prestigioso Premio Hugo nel 1977, Kate Wilhelm ci regala, con questo romanzo diviso in tre parti, una storia distopica dell'umanità: una sorta di Apocalisse nucleare ha distrutto il mondo intero, e sopravvive un gruppo di umani nella valle di Shenandoah, la famiglia Sumner, che si era costruita una piccola cittadella isolata adatta alla sopravvivenza nel mondo del dopo-olocausto. Hanno pure l'orticello, ma c'è un problema: col passare del tempo diventano tutti sterili e rimane che un'unica soluzione per creare dei discendenti: la clonazione. In questo romanzo l'autrice fa una vera e propria indagine sulla nostra realtà di esseri umani, ci fa interrogare su noi stessi, su cosa si può definire umano e cosa si può perdere del nostro passato. Ecco un tipico esempio di come si possa parlare di alieni senza che ce ne sono, perché gli stessi umani lo possono diventare. I coloni, i mutanti, tutti uguali e incapaci di inventare, ma solo di ubbidire a quello che viene loro insegnato. Ai cloni sembra mancare qualcosa, è come se avessero una "zona morta", un qualcosa di non umano. Non piangono, non ridono, non sentono il bisogno di dipingere o di creare qualcosa di nuovo.

Nella prima parte David, uno degli artefici del programma di clonazione, viene costretto all'esilio (perché tenta di distruggere il pericoloso esperimento di clonazione). Nel secondo episodio, ambientato più avanti negli anni di Dadid, conosceremo Molly, nata come clone, e quindi come aliena, scopre tuttavia la propria individualità umana nel viaggio verso Washington (lei era incaricata di ritrarre i paesaggi di ciò che restava della vecchia civiltà umana), attraversando il fiume Shenandoah, anche lei, come David, verrà isolata da tutti. Nell'ultimo racconto conosceremo suo figlio, Mark, il quale, abituato dalla madre a vivere nel bosco, ha un forte spirito artistico e di sopravvivenza, riesce a salvare un resto di umanità, ribellandosi ai suoi amici cloni.
Non aggiungo altro, ma vi stra-consiglio questa straordinaria scrittrice, per molti credo sconosciuta.


[Recensione] Il pensionato signor Bougran - Joris-Karl Huysmans

  IL PENSIONATO SIGNOR BOUGRAN || Joris-Karl Huysmans || Sellerio || 1984 || 54 p. Timbri, pennini, polvere d'ufficio, mezzemaniche e as...