lunedì 17 agosto 2020

[Recensione] La lettrice golosa - Cara Nicoletti

 


LA LETTRICE GOLOSA || Cara Nicoletti || Sperling & Kupfer || 24 maggio 2016 || 315 pagine

Cara è una lettrice appassionata fin da piccola quando, seduta nella macelleria del nonno, fra odori e rumori di cucina, si immerge nelle sue storie preferite: "Anna dai capelli rossi", "Hänsel e Gretel", "Il giardino segreto". Incuriosita da ciò che mangiano i suoi eroi, immagina di preparare gli stessi piatti, ne inventa le ricette e le sperimenta per assaggiare quei sapori e avvicinarsi ancora di più al loro mondo. Quel gioco di bambina prosegue negli anni, mentre i romanzi diventano gli amici che la guidano nei momenti incerti o burrascosi della vita e i fornelli una vera passione, ma anche il punto da dove un giorno la ragazza si incammina per una nuova strada. A New York, studiando letteratura e lavorando in bar e ristoranti di Brooklyn, Cara diventa una chef e inaugura un fortunato blog di ricette letterarie. In questo racconto autobiografico, nel quale intreccia vivaci ricordi e invitanti prelibatezze, l'autrice fa rivivere i classici di tutti i tempi - da Omero a Jane Austen, da Melville a Roth e a Franzen - e mostra come i libri e i cibi nutrono e arricchiscono le persone e le portano verso la felicità.

RECENSIONE

L'autrice americana Cara Nicoletti ci presenta la sua vita sotto forma di diario che è stata e continua ad essere piena delle sue due più grandi passioni: la cucina e la lettura. Il libro è diviso in tre parti: Infanzia, adolescenza ed età adulta, dove ci presenta, di capitolo in capitolo, quale lettura ha scaturito poi la ricetta che ci descrive successivamente (con tanto di ingredienti e preparazione). La scrittrice è una golosona (come me!) ed è chiaro che molte delle ricette che ci regala sono dolci che fanno venire l'acquolina in bocca. Ho scelto questo libro incuriosito dal titolo e perché il connubio lettura/cibo è pure una mia passione. Alla fine del libro troverai l'indice sia delle ricette che dei libri e degli autori citati.

sabato 15 agosto 2020

[Segnalazione] Anime feroci - Annie Ward

La storia d’amore tra Maddie e Ian è iniziata con un incontro casuale: lui stava prestando servizio nell’esercito inglese nei Balcani, lei era una scrittrice e si trovava lì in visita alla sua migliore amica, Jo. Si sono innamorati a una festa, si sono sposati e quasi due decenni dopo vivono in una tranquilla cittadina del Kansas, in una bella casa, insieme all’amato figlio Charlie. Durante una vacanza in campeggio, però, Maddie resta coinvolta in un incidente che la segna gravemente. Per superare lo shock, la terapeuta le suggerisce di scrivere un diario. Poco a poco, la donna comincia a rivelare le sue paure per il disturbo da stress post-traumatico di Ian, le preoccupazioni per la sicurezza di Charlie e il passato tumultuoso di Ian con l’amica di Maddie, Jo. Il racconto di Maddie resuscita sedici anni di amore, paura e avventure turbolente vissuti tra i Balcani e l’Inghilterra, l’Iraq e Manhattan, fino alla tranquilla casa di famiglia in cui, un giorno, irrompe la polizia… Mobilitati dalla frenetica chiamata al 911 di un bambino, gli agenti non sono pronti alla scena del crimine che si trovano davanti. Al sangue che ricopre ogni superficie.


L'autrice

Annie Ward, laureata in Letteratura inglese con indirizzo in scrittura creativa, ha studiato presso l’American Film Institute, firmando sceneggiature premiate dall’Aspen Film Festival. È autrice di guide turistiche sull’Europa e di un romanzo ambientato durante la crisi nei Balcani. Vive in Kansas con la famiglia.

venerdì 14 agosto 2020

[Recensione] Noi - Evgenij Zamjatin

 


NOI ||  Evgenij Zamjatin || Voland || 26 aprile 2016 || 229 pagine

Scritto fra il 1920 e il 1922 il romanzo - considerato come il precursore del più noto 1984 orwelliano - è ambientato nel futuro e descrive un'organizzazione statale che individua nel libero arbitrio la causa dell'infelicità umana e pretende di controllare le vite dei cittadini attraverso un sistema di efficienza e precisione industriale. Una aperta denuncia della soppressione della libertà di pensare e di immaginare dell'essere umano e della conseguente sua riduzione a numero.

RECENSIONE

Ambientata in un non meglio precisato futuro, la storia descrive una società governata dal “Benefattore”, dove le persone si comportano tutte allo stesso modo all’interno di giornate scandite da un ferreo e rigoroso orario da rispettare che regola le azioni di ciascuno. Uomini e donne, ormai senza nome ed identificati da sigle alfanumeriche, possono incontrarsi privatamente solo per due ore al giorno attraverso un sistema di prenotazioni con tagliandi rosa che permettono a ciascuno di accoppiarsi con la persona prenotata. La famiglia non esiste più, i figli appartengono allo stato, la libertà di pensiero e di comportamento è scomparsa. La città è inoltre cinta da un Muro oltre il quale dovrebbe esistere solo il nulla, generato dalla disastrosa “Guerra dei duecento anni”. Tuttavia, come si scopre ben presto, oltre al muro esistono dei sopravvissuti al conflitto che cercheranno, attraverso alcune persone a conoscenza del fatto, di rovesciare il governo del Benefattore e rivoluzionare la società.

Se dovessi riassumere quest'opera in una sola frase, direi che è un'aperta denuncia - tramite la metafora fantascientifica - della soppressione, da parte della dittatura comunista, della libertà di pensare e di immaginare dell'essere umano e della conseguente sua riduzione a numero. L'autore russo, difatti, fu sottoposto, da parte della cultura ufficiale, ad una persecuzione - com'egli scrive nella lettera rivolta, nel 1931, a Stalin - "quale non s'è mai avuta fino a ora nella letteratura sovietica" e chiese la pena di lasciare l'URSS come commutazione della condanna a morte come scrittore, decretatagli dai Circoli letterari del suo paese.
Ma tutto lo sdegno dell'autore si rivela in questo stralcio: "Liberazione?" Sbalorditivo: fino a che punto nel genere umano sono vivi gli istinti della delinquenza. Io dico coscientemente "della delinquenza". La libertà e la delinquenza sono così inseparabilmente legate tra loro come... mettiamo, il movimento dell'aereo e la sua velocità: la velocità dell'aereo - o, l'aereo non si muove; la libertà dell'uomo - o, ed egli non commette delitti. E' chiaro. L'unico mezzo per affrancare l'uomo dalla sua tendenza alla delinquenza è togliergli la libertà.
Il critico francese Jean Gattégno ha scritto: con Zamjàtin emerge il legame, ormai inseparabile dall'anti-utopia, fra il regno della scienza e la dittatura politica. La tecnica vi è presentata come inevitabilmente destinata a condurre all'oppressione". Il pensiero dell'autore di Noi, invece, è del tutto opposto: la scienza e, nel caso specifico, la matematica sono nemiche delle dittature, come si evince dal seguente dialogo tra D-503 e I-330:
- Questo è insensato! E' assurdo! Non capisci che ciò che voi tramate è la rivoluzione?
- Sì, la rivoluzione! Ma perché è assurdo?
- Assurdo perché la rivoluzione non può essere. Perché la nostra rivoluzione - non lo dici tu, ma lo dico io - è stata l'ultima. E non ci può essere nessun'altra rivoluzione. Lo sanno tutti.
L'aguzzo, ironico triangolo delle sopracciglia:
- Mio caro: tu sei un matematico. E in più sei un filosofo matematico: dimmi l'ultimo numero.
- Cioè? Io... io non capisco: quale ultimo numero? [...] Ma, I-330, questo è assurdo. Dal momento che il numero dei numeri è infinito, quale ultimo numero vuoi da me?
- E tu quale ultima rivoluzione vuoi? Non c'è un'ultima rivoluzione, le rivoluzioni sono senza fine.
Ecco la radice del romanzo: l'autore utilizza le scienze matematiche per costruire questo mondo fantascientifico, per immaginare questo Stato Unico completamente regolate dalle leggi matematiche. E lo stile di scrittura è davvero straniante: fatto di frasi spezzate, di puntini di sospensione, di trattini e due punti - teso insomma più a suggerire che a descrivere -, è in perfetta sintonia con la vicenda che vuole narrare.

Questo romanzo fu pubblicato nel 1924 e non si può non riconoscere che ha ispirato il capolavoro di
George Orwell 1984. Quello che pensavo spesso, nella lettura del diario dell'anonimo matematico D-503, era la somiglianza del tizio col protagonista di 1984, ovvero Winston Smith. Entrambi schiavi del lavoro, entrambi vivono senza un'anima, entrambi adorano un unico capo (D-503 il Benefattore, Smith il Grande Fratello). Entrambi si innamorano e provano istinti di ribellione alla società di cui fanno parte, entrambi sognano di fuggire via, entrambi scoprono di essere degli umani. D-503, l’autore del diario segreto, è il costruttore dell’Integrale, la navicella che deve esportare negli altri pianeti “il benefico giogo della ragione”. Sarà la conturbante I-330 a far nascere in lui per la prima volta una coscienza individuale, diversa da quella collettiva dello Stato Unico. Entrambi tornano ad essere delle marionette nelle mani del potere, alla fine del romanzo.

giovedì 13 agosto 2020

[Segnalazione] Fiore di roccia - Ilaria Tuti

 «Quelli che riecheggiano lassù, fra le cime, non sono tuoni. Il fragore delle bombe austriache scuote anche chi è rimasto nei villaggi, mille metri più in basso. Restiamo soltanto noi donne, ed è a noi che il comando militare italiano chiede aiuto: alle nostre schiene, alle nostre gambe, alla nostra conoscenza di quelle vette e dei segreti per risalirle. Dobbiamo andare, altrimenti quei poveri ragazzi moriranno anche di fame. Questa guerra mi ha tolto tutto, lasciandomi solo la paura. Mi ha tolto il tempo di prendermi cura di mio padre malato, il tempo di leggere i libri che riempiono la mia casa. Mi ha tolto il futuro, soffocandomi in un presente di povertà e terrore. Ma lassù hanno bisogno di me, di noi, e noi rispondiamo alla chiamata. Alcune sono ancora bambine, altre già anziane, ma insieme, ogni mattina, corriamo ai magazzini militari a valle. Riempiamo le nostre gerle fino a farle traboccare di viveri, medicinali, munizioni, e ci avviamo lungo gli antichi sentieri della fienagione. Risaliamo per ore, nella neve che arriva fino alle ginocchia, per raggiungere il fronte. Il nemico, con i suoi cecchini - diavoli bianchi, li chiamano - ci tiene sotto tiro. Ma noi cantiamo e preghiamo, mentre ci arrampichiamo con gli scarpetz ai piedi. Ci aggrappiamo agli speroni con tutte le nostre forze, proprio come fanno le stelle alpine, i «fiori di roccia». Ho visto il coraggio di un capitano costretto a prendere le decisioni più difficili. Ho conosciuto l'eroismo di un medico che, senza sosta, fa quel che può per salvare vite. I soldati ci hanno dato un nome, come se fossimo un vero corpo militare: siamo Portatrici, ma ciò che trasportiamo non è soltanto vita. Dall'inferno del fronte alpino noi scendiamo con le gerle svuotate e le mani strette alle barelle che ospitano i feriti da curare, o i morti che noi stesse dovremo seppellire. Ma oggi ho incontrato il nemico. Per la prima volta, ho visto la guerra attraverso gli occhi di un diavolo bianco. E ora so che niente può più essere come prima.» Con "Fiore di roccia" Ilaria Tuti celebra il coraggio e la resilienza delle donne, la capacità di abnegazione di contadine umili ma forti nel desiderio di pace e pronte a sacrificarsi per aiutare i militari al fronte durante la Prima guerra mondiale. La Storia si è dimenticata delle Portatrici per molto tempo. Questo romanzo le restituisce per ciò che erano e sono: indimenticabili.

L'AUTRICE

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Nel 2014 ha vinto il Premio Gran Giallo Città di Cattolica. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonisti il commissario Teresa Battaglia, uno straordinario personaggio che ha conquistato editori e lettori in tutto il mondo, e soprattutto la terra natia dell’autrice, la sua storia, i suoi misteri. Con Fiore di roccia, e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica, illuminata dalla sensibilità di un’autrice matura e generosa

mercoledì 12 agosto 2020

[Recensione] La libreria - Penelope Fitzgerald

 



LA LIBRERIA || Penelope Fitzgerald || Adelphi || 5 marzo 1999 || 164 pagine

Florence Green è piccola di statura, asciutta, di aspetto «alquanto insignificante davanti e totalmente dietro»; è vedova, sola, e non più giovane. Vive in una piatta cittadina ventosa, circondata da paludi, affacciata su di un mare ostile, dove la vita è stagnante, e i fermenti del risveglio culturale dell'Inghilterra, che esploderanno di lì a poco - corre l'anno 1959 - sembrano ancora impensabili. Non ancora rassegnata a farsi da parte, Florence vuole mettere a frutto qualche suo risparmio e un'esperienza di impiegata nell'industria editoriale aprendo una piccola libreria, ma scopre a sue spese quanto la gente possa mostrarsi ostile verso qualsiasi cosa scuota il suo trantran - e questo malgrado l'inopinato, momentaneo successo di un romanzo piovutole dal cielo e intitolato Lolita. Anche Penelope Fitzgerald, come la sua protagonista di questo libro che la rivelò a sessantadue anni nel 1978 (prima aveva scritto soprattutto una vita del pittore Edward Burne-Jones, e una detective story per intrattenere il marito malato) e che fu subito segnalato al Booker Prize, aveva lavorato in una libreria a Southwold, cittadina sulla sabbiosa costa dell'East Anglia, altrettanto irraggiungibile con i mezzi pubblici dell'immaginaria Hardborough qui descritta; anche lei aveva abitato in una casa vicina al porto che restava allagata durante l'alta marea; e anche nella sua bottega si manifestavano forze soprannaturali, con smartellamenti e abbassamento della temperatura. Ma nella storia che i ricordi le dettarono, rivelandole il suo asciutto genio di scrittrice, gli elementi si fondono e lievitano, e l'avventura di Florence, dimentica di come gli uomini «si dividano in sterminatori e sterminati, con i primi che predominano, in qualunque momento», diventa, in un contesto di malinconica, irresistibile ironia, una parabola in cui si riconosce chiunque si batta, magari pateticamente, per la civiltà. (Masolino d'Amico)

RECENSIONE

Florence Green ha un sogno nel cassetto: aprire una piccola libreria nel paesino di Hardborough; il problema è che gli abitanti non amano le novità e ciò che possa scuotere il loro noioso tran-tran.
Che dire, l'ho scelto per caso in biblioteca, attirato dal titolo. Mi ha deluso un po'- nonostante ci si schieri apertamente dalla parte della vedova combattiva - perché non finisce bene e pare mancare qualcosa, non riesce a colpire il segno, non capisci dove si vuole andare a parare.

martedì 11 agosto 2020

[Segnalazione] Il potere del cane - Don Winslow

Art Keller è un poliziotto ambizioso, con una mentalità da crociato, deciso a combattere in prima fila la guerra che gli Stati Uniti hanno lanciato contro il traffico internazionale di droga. Miguel Angel Barrera è il boss della Federación, il cartello che riunisce tutti i narcos messicani, e i su.oi nipoti, Adàn e Raùl, smaniano all'idea di ereditarne l'impero. Nora Hayden, dopo un'adolescenza complicata, è diventata una prostituta d'alto bordo, sempre in bilico tra il cinismo più spinto e un insolito senso morale. Padre Parada è un sacerdote nato e cresciuto in mezzo al popolo, potente quanto incorruttibile. Sean Callan è un ragazzo irlandese di Hell's Kitchen che si è trasformato quasi per caso in un killer spietato, al soldo della mafia. Sono tutti, in modo diverso, coinvolti nel mondo feroce del narcotraffico messicano: una guerra senza esclusione di colpi, che coinvolge sicari senza scrupoli e politicanti corrotti, i servizi segreti americani e la mafia, tra inganni, tradimenti, vendette spietate. Una guerra dove non esiste innocenza possibile, e dove è sempre in agguato, pronto a esplodere, il male assoluto: quella demoniaca crudeltà di uomini e cose cui una millenaria tradizione ha saputo dare un solo nome, evocativo quanto misterioso. Il potere del cane.


L'AUTORE

Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri (tra cui il regista, l'attore e la guida nei safari), è autore di molti romanzi che lo hanno consacrato come uno dei nuovi maestri del crime e del noir contemporanei.

Einaudi Stile libero ha pubblicato, tra gli altri, L'inverno di Frankie Machine (2008), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane (2009), La pattuglia dell'alba e La lingua del fuoco (2010), Le belve (2011, stesso anno in cui esce Satori, per Bompiani), da cui Oliver Stone ha tratto l'omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel di Le belve. L'anno successivo esce Morte e vita di Bobby Z, da cui è stato tratto il film Bobby Z - Il signore della droga, diretto da John Herzfeld con protagonisti Paul Walker, Laurence Fishburne e Olivia Wilde.

Un nuovo ciclo, che vede protagonista l'investigatore Franck Decker, è stato inaugurato nel 2014 con Missing. New York (Einaudi Stile Libero). Nel 2015 esce Il cartello (Einaudi); nel 2016, London Underground, il primo romanzo, di una serie di cinque, che ha come protagonista Neal Carey e L'ora dei gentiluomini (Einaudi). Nel 2017 esce Corruzione e Nevada connection, sempre per Einaudi; nel 2018 esce Lady Las Vegas; nel 2020 Broken (HarperCollins). L'autore ha ricevuto nel 2012 il prestigioso Raymond Chandler Award, il premio letterario istituito da Irene Bignardi nel 1996 in collaborazione con il Raymond Chandler Estate dedicato alla scrittura noir che ogni anno laurea un maestro del genere.


lunedì 10 agosto 2020

[Recensione] Il dottor Bilob - Giuseppe Bonaviri

 



IL DOTTOR BILOB || Giuseppe Bonaviri || Adelphi || 15 gennaio 1994 || 152 pagine

Il dottor Giovanni Bilob, medico, durante i preparativi per le nozze della figlia, sul treno che da Roma lo riporta a casa incontra un giovane fisico che lavora a un esperimento per trasformare in musica i suoni che nascono in ogni angolo dell'universo, e parla di strani «cavalli lunari». L'incontro, come l'irrompere del diavolo sulla scena del Maestro e Margherita, eccita la mente di Bilob e lascia che ai suoi occhi prendano rilievo le cifre di una armonia universale, di un'anima del mondo, altrimenti segrete nella vita ordinaria. E come nella mitologia, esse si raggrumano in simboli umani - il venditore di palloncini arabo, saggio e poeta; piccoli dei silvani, o bambini che giocano nel bosco di Paliano; i «cavalli lunari»; un fantasmagorico concerto rock; e soprattutto Angelica, una giovane donna, ostessa, imparentata con la luna. E coincidono, nella festa di nozze, a condurre Bilob, e gli amici convenuti, lungo una piega bizzarra della realtà. Sogno, o favola poetica e magica (ma Bonaviri asserisce il realismo del racconto: «Finita questa storia, verosimile per chi sa meditare, se lettore c'è, ne tragga umori, o suoni, che vuole»), Il dottor Bilob è forse soprattutto un moderno epitalamio, un canto di nozze in forma di racconto. 

RECENSIONE

Prima opera di Giuseppe Bonaviri che leggo (autore nato a Mineo, lo stesso paese di Luigi Capuana). Purtroppo non riesco a trovare mie parole per descrivere la sua opera, quindi mi sono messo a leggere le recensioni di critici letterari.

Italo Calvino definiva lo stile di questo autore siciliano: "l'impasto di elementi fantastici, culturali, alchemici, scientifici, etnologici e autobiografici a contraddistinguere la sua scrittura".
Quello che emerge in questo romanzo breve, Il Dottor Bilob, è che "la realtà in Bonaviri non è una cosa viva e materiale, ma è il riflesso di una cosa, che attraverso un processo fisico diventa evanescenza poetica" ( Carmelo Musumarra). Citando una recensione di Paolo Muri, Bonaviri può benissimo essere considerato come un homo viator, un viandante, "è un uomo sbucato da un tempo antico (il tempo immobile delle fiabe) con addosso l' ansia di rimisurare il mondo. Un poeta scienziato, o viceversa".
Ecco la recensione di Paolo Muri che ho modificato e abbreviato: Il Dottor Bilob è Bonaviri stesso (tra l'altro lui era un medico). La storia prende le mosse dalle nozze della figlia, festeggiate nella Selva di Paliano vicino a Frosinone, dove Bonaviri abita da trent' anni. Si va da uno strano incontro alla stazione di Roma alla trasformazione di una ragazza-ostessa in una specie di semidea (o in sirenetta); da una curiosa teoria sull' utilizzo degli ultrasuoni enunciata dal fisico Totò (conosciuto in treno) si passa a una passeggiata favolosa con due cavalli di razza saracena, le cui femmine escono solo la notte per mantenere chiaro il mantello. E' un romanzo? E' un racconto? Io credo che Bonaviri sia soprattutto un cronista, cui piace annotare quanto accade o gli accade senza troppo preoccuparsi di dare una struttura al suo dire. (Tutti i suoi libri sono in fondo un infinito diario). In Bilob, per esempio, si parte dal dato reale, il matrimonio della figlia avvenuto nel 1984, e si nominano anche alcuni invitati (tra l' altro noti come il critico Giacinto Spagnoletti) e si dà conto del luogo dei festeggiamenti, dei preparativi, del pranzo, della musica, degli inconvenienti. Poi però il dottor Bilob va via: col corpo o anche solo con la testa, non importa, per la sua passeggiata notturna con Angelica: e la cronaca, imperterrita, continua senza che l' autore muti per nulla il suo atteggiamento di ' scientifica' equidistanza. Senza, aggiungiamo, sorprendersi di nulla, tutto raccogliendo (insisto) come un antico viandante che fa tesoro d' ogni cosa, la più piccola o la più grande non importa. Non capitava forse ai viandanti di un tempo di passare dalla foresta alla reggia? Di sposare magari la figlia del re? Bonaviri ama guardarsi intorno, ma anche (e forse di più) ama immaginare quel che vorrebbe vedere. Il mondo diventa allora più eccitante: la natura profuma, ma anche la ragazza Angelica profuma. Forse riesce a profumare perché lo desidera e insegue certi odori con la memoria... La mente può produrre di tutto. Un uomo (un arabo) che vende palloncini alla Stazione Termini può essere il doppio di un antico poeta o forse una sua reincarnazione. E Angelica un sogno lontano che alla fine si disfa nell' acqua. Bilob è un uomo che maschera la sua sensualità e la sua insoddisfazione. E' un irrequieto che si finge bambino, che vorrebbe essere bambino e per questo, se un bambino scarabocchia la casa di Angelica, Bilob adotta subito quel disegno e lo pubblica nel suo libro. Nel suo "scartafaccio", o brogliaccio di viaggio, sarebbe meglio dire. Una strana commistione tra ragione e magia. O forse solo tra ragione e poesia?
Per comprendere meglio la narrativa bonaviriana consiglio la lettura del testo "Scrittura della memoria memoria della scrittura" di Franco Musarra.



[Recensione] Il pensionato signor Bougran - Joris-Karl Huysmans

  IL PENSIONATO SIGNOR BOUGRAN || Joris-Karl Huysmans || Sellerio || 1984 || 54 p. Timbri, pennini, polvere d'ufficio, mezzemaniche e as...