sabato 18 gennaio 2025

[Recensione] Il diritto del bambino al rispetto - Janusz Korczak

 


IL DIRITTO DEL BAMBINO AL RISPETTO || Janusz Korczak || Edizioni dell'Asino || 2016 || 43 pag.

Scritto nel 1929, questo piccolo e prezioso pamphlet del grande pedagogo polacco Janusz Korczak non ha perso la sua forza provocatoria e la sua natura politica. Korczak è uno dei rari adulti che sa penetrare un mondo ormai lontano e irraggiungibile, quello del bambino, e descriverlo dall’interno e non dall’esterno, come spesso avviene. Attraverso la sua prosa carica di compassione, Korczak offre l’opportunità al lettore di ritrovare in sé quel piccolo bambino che è stato e che ancora è, mettendo in luce i diritti dell’infanzia, spesso negati, e le responsabilità della pratica educativa. Janusz Korczak ebreo polacco, nacque a Varsavia nel 1878 e morì nel 1942 nel campo di sterminio di Treblinka insieme ai bambini della Casa dell’Orfano del ghetto di Varsavia che aveva fondato insieme ad altri educatori. Medico, poeta e libero pensatore, ha consacrato tutta la sua vita, il suo lavoro e centinaia di scritti all’infanzia, tra i quali si ricordano Momenti educativi, Come amareil bambino e Pedagogia giocosa. La sua tragica fine, la sua resistenza al nazismo e la sua lotta per “il diritto del bambino alla consapevolezza della morte” sono stati raccontati dal regista Andrzej Wajda nel film Dottor Korczak del 1990.

RECENSIONE

Piccolo saggio del celebre pedagogo polacco Janusz Korczak, questo libretto ci parla dei diritti che hanno i bambini, spesso negati dagli adulti, e l'importanza della responsabilità educativa. Ci fa riflettere e ci fa chiedere sul come educare i bambini, e la difficoltà degli adulti nel comprendere i più piccoli.

Un piccolo gioiello pedagogico.


mercoledì 15 gennaio 2025

[Recensione] Il cavaliere senza testa - Enrico Brizzi

 


IL CAVALIERE SENZA TESTA || Enrico Brizzi || Ponte alle Grazie || 2018 || 165 pag.

«L’origine è la meta». Questa famosa formula di Karl Kraus potrebbe riassumere, indicandolo, il significato più profondo del viaggio tra campagne, città e monti raccontato da Enrico Brizzi in questo libro. Un viaggio che si snoda su due percorsi: quello compiuto a piedi insieme alle sue giovanissime figlie, dodici tappe da Pieve di Cento al Lago Scaffaiolo, e quello evocato dalle memorie dei luoghi incontrati, nella storia di un territorio e di una famiglia attraverso i secoli. Enrico e le bambine camminano nei boschi, lungo i sentieri, attraversano fiumi e canali e salgono in cima alle montagne, e durante le soste e prima di addormentarsi rivivono nei ricordi storie di papi e imperatori, di contadini e soldati, di guerre, avventure, grandi amori e scherzi del destino; il paesaggio attraversato acquista più dimensioni, i luoghi e i loro nomi diventano anch’essi famigliari, come gli antenati, e un cavaliere senza testa appare tanto reale quanto zio Ulisse, che naturalmente è un viaggiatore instancabile. Viaggio alla volta delle origini, viaggio che ci porta via, viaggio che ci fa ritrovare: la meta è quest’albero genealogico, intimo e diffuso allo stesso tempo; lo stato d’animo è quello di un padre che accompagna le sue figlie nel mondo e, guardandole, prova una speranza che è già anche nostalgia.

RECENSIONE

Dopo aver amato Il sogno del drago. Dodici settimane sul Cammino di Santiago da Torino a Finisterre, ritorno a leggere un altro diario di viaggio di Enrico Brizzi, stavolta, come si evince dal titolo, in buona compagnia: assieme alle sue figlie decide di percorrere, a piedi, un percorso che parte da Pieve di Cento fina a giungere al Lago Scaffaiolo, in provincia di Modena. Una vera e propria traversata appenninica che con le sue tre figlie avrà degli alti e dei bassi.

Purtroppo sono rimasto abbastanza deluso da questa lettura, non perché lui non sia bravo a scrivere, ma perché del viaggio si parla poco o nulla, visto che l'autore ha preferito inserire lunghi capitoli e dissertazioni su memorie familiari, dei suoi avi e parenti e anche alcuni eventi storici che hanno riguardato la sua terra.

In futuro leggerò del suo viaggio in Gerusalemme, mi incuriosisce.


martedì 14 gennaio 2025

[Recensione] Il Cammino di Santiago - Fabrizio Ardito

 


IL CAMMINO DI SANTIAGO || Fabrizio Ardito || Touring Editore || 2012 || 328 pag.

Esperienza spirituale che si colora d’avventura, la marcia dei peregrinos sul Camino è fatta soprattutto di incontri. 780 km, 33 giorni, circa un milione di passi: questo libro racconta le gesta del piccolo mondo cosmopolita che si muove lungo salite, discese e interminabili pianure sull’antica via di pellegrinaggio che è ormai anche un celebre itinerario turistico e storico. Dai colli innevati dei Pirenei alla tomba dell'apostolo Giacomo, nel cuore della cattedrale di Santiago de Compostela, e alle onde dell'Oceano Atlantico, strade e sentieri si snodano tra i vigneti della Rioja, le mesetas della Castiglia e le montagne della Galizia, toccando grandi città e piccoli centri. A disposizione del viaggiatore, una miriade di informazioni utili e occasioni di sosta: la descrizione delle 34 tappe, 240 indirizzi per dormire e oltre 100 strutture ricettive per pellegrini, 190 ristoranti, la segnalazione di feste ed eventi lungo il cammino.
Fabrizio Ardito, giornalista e fotografo romano, è autore di numerosi volumi dedicati all'escursionismo, al turismo e alla speleologia. La sua passione per l'ambiente, la geografia e i viaggi lo ha portato a collaborare con vari editori, numerose testate italiane e a partecipare alla realizzazione di filmati e documentari per alcune reti televisive.

RECENSIONE

Incredibile ma vero, questo è il quarto libro che leggo sul Cammino di Santiago e non mi stancherei mai di leggerne ancora (infatti ne leggerò altri). Stavolta a narrarci di questo incredibile percorso a piedi è stato Fabrizio Ardito, giornalista e fotografo romano, il quale ha percorso ben 780 km per giungere alla Cattedrale di Santiago. Noto, con rammarico, che sono il primo a recensire questo suo libro qua su Goodreads.

Ma facciamo un breve recap dei libri precedenti sul Cammino di Santiago che ho già letto:
1. Il primo fu quello del francese Jean-Christophe Rufin, Il cammino immortale: La strada per Santiago, anche lui si è fatto ben 800 km a piedi ed è stata una lettura interessante, piena di avventure e di incontri, di storie e di vite che si intrecciano.
2. Il secondo fu quello di Enrico Brizzi, Il sogno del drago. Dodici settimane sul Cammino di Santiago da Torino a Finisterre, un altro diario di viaggio davvero appassionante e lui addirittura si è fatto la bellezza di 2000 km perché è partito da Torino (un folle!).
3. Quello più celebre, Il cammino di Santiago di Paulo Coelho, è l'unico che ho detestato, l'ho definito "un'accozzaglia insipida e orrenda di riti e farneticazioni New Age".

Ma torniamo al libro di Ardito: il suo, più che un viaggio, è stata una vera esperienza spirituale ricca di avventure, in 33 giorni come in un diario, ci ha raccontato le sue esperienze e i suoi incontri di questo viaggio pazzesco che cambia le vite di tutti, credenti e non. Inoltre, alla fine, troverai un lungo elenco dei posti in cui si è fermato, tutti gli itinerari, tutte le strade, i paesi, e i consigli di viaggio in cui dormire, mangiare, pulire i vestiti, ecc.


mercoledì 8 gennaio 2025

[Recensione] La città assente - Ricardo Piglia

 


LA CITTÀ ASSENTE || Ricardo Piglia || SUR || 2014 || 197 pag.

Facendo ricerche per un articolo, Junior si imbatte in un mistero che turba l’intera città: un museo e la strana macchina che vi è custodita. Si tratta di un generatore di storie, progettato dal grande Macedonio Fernández, nelle quali si delinea una cartografia alternativa di Buenos Aires. Ambientato in un futuro che assomiglia al passato recente della storia argentina, il romanzo gioca con i generi letterari unendo poliziesco, fantascienza e storia d’amore. Con grande maestria e uno stile impeccabile, Piglia costruisce una complessa narrazione che rende La città assente una delle migliori sfide della letteratura contemporanea.

RECENSIONE

Questa opera letteraria è strana davvero: un insieme di storie diverse che ricordano la raccolta di racconti Le mille e una notte. In breve, un giornalista indaga su un museo che contiene una macchina che genera storie. Una storia che ti farà dubitare su cosa sia vero e cosa inventato, e confondersi durante la lettura è prassi normale.

Prima opera che leggo di Ricardo Piglia, scrittore argentino, il quale ha uno stile che non può non ricordare il mitico Borges e Calvino, per passare anche a James Joyce.

Consigliato a chi ama i libri temerari, strani, che ti fanno riflettere, confondere, impazzire, ragionare.


martedì 31 dicembre 2024

[Recensione] Una granita di caffè con panna - Alessandra Lavagnino

 


UNA GRANITA DI CAFFÈ CON PANNA || Alessandra Lavagnino || Sellerio || 2001 || 164 pag.

Dell'impossibilità, in Sicilia, di esistenza della verità abbiamo due versioni. Una è quella amata dalla letteratura del Novecento, da Pirandello a Sciascia, che non si interroga sulle cause, ma coglie in questa difficoltà della Sicilia a convivere con la verità come uno stato naturalmente filosofico, inclinante verso lo scetticismo, che obbliga chi racconta cose di Sicilia a interrogarsi sulla condizione umana in quanto tale. Quello che Sciascia chiamava «la Sicilia come metafora». Vi è una seconda versione, quella storica, per così dire, che con minor pessimismo ma conclusioni forse più desolate riconosce in questa secolare impossibilità cause di vario genere, ma precise, ascrivibili a quell'universo di significati che prende il nome di «omertà». Una granita di caffè con panna fu pubblicato una trentina di anni fa, prima a puntate su un rotocalco, poi in volume. Sciascia apprezzò questo libro, ne fece una recensione, che è un piccolo saggio sulla verità e le donne e la Sicilia, qui ripubblicata. Il libro racconta una storia strana, tra la fiaba e il poliziesco: di una donna di condizione privilegiata, Agata, che per un trauma cranico diventa irresistibilmente sincera; e dice di tutto sulle fortune della sua famiglia, su certi traffici in paese, su piccole e grandi menzogne che la trama del tempo ha inestricabilmente impastato con la crosta della vita: ma la singolarità della sua situazione è che Agata stessa, persona colta e civile, eticamente impegnata sul lavoro e nella vita, non riesce ad aderire moralmente e conoscitivamente alla sua sincerità. Il racconto ha un finale dolceamaro. Ma si capisce perché a Sciascia piacque tanto: per il suo collocarsi, tra le due versioni della questione Sicilia e verità, esattamente, ambiguamente in mezzo. Con esiti deliziosamente elusivi, cioè letterari.

RECENSIONE

La protagonista Agata è una entomologa che vive in Sicilia, sposata e madre di un bambino. In seguito ad un incidente riporta un trauma cranico il cui effetto è una nuova, sconcertante sincerità; sicché Agata esprime le sue opinioni senza filtri e soprattutto rivela informazioni preziose sul patrimonio della sua famiglia, su alcuni traffici illeciti in paese e su altre piccole e grandi menzogne che la circondano. Isolata da tutti, vede aumentare la distanza tra sé e gli altri.

Prima opera che leggo di Alessandra Lavagnino, scienziata e scrittrice. Sinceramente non saprei come descrivere questo romanzo, da un lato la scrittrice ha uno stile davvero elevato e raffinato, dall'altro non mi ha soddisfatto più di tanto.

Ma quando fui sul vasto marciapiede polveroso della grande piazza, mi dispiacque di essere libera. Sempre così. Avevo richiuso il portoncino pesante sotto la lunetta a vetri, avevo lasciato il bambino. Me ne andavo, per quattro ore. All’odore dei pini, che avevano già perso verde nel pulviscolo estivo, si mescolavano gli odori che maggio non dimentica. La grande chiesa dei rimedi restituiva solo d’oro dal tufo opaco. Camminavo lungo la casa – persiane ancora chiuse – che dall’altra parte si affaccia, oltre l’immensa chioma del ficus, sui lecci e, in fronte, le araucarie altissime e preistoriche della Villa. Lì portavo il bambino. «Con tanto sole in casa, che bisogno c’e di portarlo fuori io non capisco», diceva lei. Uscivo lo stesso, ma furtiva e silenziosa, attenta a movimenti e rumori superflui – come in cucina – e finché non ero lontana dalla casa non sapevo parlare al bambino. Molte volte non ero uscita. Altre, che lei aveva detto: con questo vento! ero tornata precipitosa e colpevole, con il bambino in braccio.


[Recensione] La malora - Beppe Fenoglio

 


LA MALORA || Beppe Fenoglio || Einaudi || 2005 || 85 pag.

Secondo libro di Fenoglio, La malora apparve nel 1954, due anni dopo il fulminante esordio dei Ventitré giorni della città di Alba. Vi si racconta, con un tono ruvido che nulla concede alla retorica e al sentimento, la vicenda carica di destino del giovane Agostino che, morto il padre, va a servizio in un'altra cascina. Fenoglio conosceva bene la realtà umana delle colline di casa. Le vite elementari dei suoi personaggi, scandite dalla fatica e dal silenzio, dalla dignità e da speranze impossibili, sono come scolpite nella pietra di un linguaggio essenziale, e tuttavia profondamente partecipe che ha fatto dello scrittore albese uno dei "grandi" del Novecento.

RECENSIONE

Prima opera di Beppe Fenoglio che leggo. La malora è la narrazione in prima persona dell'ormai adulto contadino Agostino Braida il quale ricorda un tratto della sua giovinezza nelle langhe piemontesi, precisamente di quando suo padre aveva tanti possedimenti ma il caso, il destino, sconvolse tutto quanto e mandò tutto alla malora fino alla morte, in un incidente al pozzo, del padre, costringendo Agostino ad andare a lavorare "a servizio" in un'altra cascina. Suo fratello Emilio entrerà in seminario dove soffrirà la fame e Stefano, il fratello più grande, dopo essere stato nell'esercito ritornerà in famiglia.

Questo tipo di narrazione risulta avere delle caratteristiche del romanzo verista (come ad esempio La roba di Verga) dove i dialoghi spesso vengono riportati nel dialetto locale e dove si narra la situazione di povertà dei ceti più bassi. E dove c'è fame e povertà, purtroppo, facilmente esce fuori anche la violenza. Fenoglio descrive benissimo la "vita grama" che facevano questi poveri diavoli, sempre sfruttati dai più ricchi e potenti.

La parte in cui lo stesso Agostino si innamora di una serva che prestava servizio alla cascina dove lavorava e alla quale si dichiara abbastanza impacciatamente e lei risponde positivamente alla sua corte e poi viene portata via dai suoi perché le avevano trovato un buon partito per farla maritare mi ha lasciato davvero rattristato, ho provato, come si suol dire, lo stesso dolore del cuore infranto di Agostino, impotente di fronte alle decisioni degli altri.


domenica 29 dicembre 2024

[Recensione] Il più grande uomo scimmia del Pleistocene - Roy Lewis

 


IL PIÙ GRANDE UOMO SCIMMIA DEL PLEISTOCENE || Roy Lewis || Adelphi || 2015 || 184 pag.

«Il libro che avete fra le mani è uno dei più divertenti degli ultimi cinquecentomila anni» ha scritto Terry Pratchett. È vero, tanto tempo è passato, da quando vissero Ernest, il narratore di questo libro, con la sua ingegnosa famiglia, dal padre Edward, che fu senza dubbio «il più grande uomo scimmia del Pleistocene», a quell’amabile reazionario di zio Vania, che tornava sempre a vivere sugli alberi, a quel viaggiatore incallito dello zio Ian, per non parlare delle ragazze. Un curioso gruppetto, che si trovò, sotto la guida del grande Edward, nella delicata situazione di chi dà all’evoluzione una spinta che non si riequilibrerà mai: la spinta da cui siamo nati tutti noi. Ragionando con impeccabile acume scientifico, nonché un delizioso humour freddo, Edward e i suoi scoprirono «alcune delle cose più potenti e spaventose su cui la razza umana abbia mai messo le mani: il fuoco, la lancia, il matrimonio e così via», sempre sulla base di una elementare esigenza: quella di «cucinare senza essere cucinati e mangiare senza essere mangiati». E naturalmente non mancarono le dispute e i crucci, perché ogni volta si poteva discutere se quelle nuove invenzioni erano davvero buone o cattive, se non rischiavano di sfuggire al controllo e soprattutto se non andavano un po’ troppo contro la natura. Mah...
Pubblicato per la prima volta nel 1960, e poi ripreso più volte sotto vari titoli, questo libro si è fatto strada silenziosamente fra i classici della fantascienza a ritroso. Ma in realtà è un libro inclassificabile: una riflessione romanzesca, acutissima e leggera, su tutta la storia dell’umanità, contrassegnata in ogni dettaglio da quella limpidezza e da quell’ironia che appartengono alla migliore tradizione letteraria e scientifica inglese. Quando Théodore Monod lesse questo libro, segnalò all’autore uno o due errori tecnici, subito aggiungendo «che non importavano un accidente, perché la lettura del libro l’aveva fatto ridere tanto che era caduto da un cammello nel bel mezzo del Sahara».

RECENSIONE

Non è facile parlare di questo libro, ma potrei dire che è il libro che ironizza sull'uomo delle caverne, di quando ancora si viveva nella grotte e si cacciavano, con coraggio, prede venti volte più grandi di noi. La scoperta del fuoco diventa un evento eccezionale: si scopre che la carne cotta è molto più digeribile e gustosa di quella consumata cruda. Anche a quei tempi vi erano i litigi tra coniugi, si dovevano educare i figli, si doveva pensare a cosa mangiare e soprattutto, si doveva stare attenti a non essere mangiati, a non diventare prede.

Non è un libro divertente, ma credo il contrario: fa riflettere sulla nostra condizione umana attuale, ci fa comprendere che gli stereotipi che c'erano prima dell'invenzione della scrittura e delle città, esistono tutt'oggi. Ci fa capire che l'uomo, anche quando ancora era più una scimmia che un umano, sbagliava ed era anche cattivo, egoista, e che secoli di storia non ci hanno cambiati, anzi, spesso ci hanno peggiorati.

Ma un messaggio, forte, esce fuori da questa lettura: l'essere umano tenta di migliorarsi, pur sapendo di essere una carogna, ma anche quando ci sforziamo di farlo combiniamo spesso solo guai.

E poi zio Vania, come dimenticare zio Vania!


[Recensione] Di tutte le ricchezze - Stefano Benni

  DI TUTTE LE RICCHEZZE || Stefano Benni || Feltrinelli || 2012 || 208 p. Martin è un maturo professore e poeta che si è ritirato a vivere a...