giovedì 28 ottobre 2021

[Segnalazione] Sabbia Nera - Cristina Cassar Scalia

Mentre Catania è avvolta da una pioggia di ceneri dell'Etna, nell'ala abbandonata di una villa signorile alle pendici del vulcano viene ritrovato un corpo di donna ormai mummificato dal tempo. Del caso è incaricato il vicequestore Giovanna Guarrasi, detta Vanina, trentanovenne palermitana trasferita alla Mobile di Catania. La casa è pressoché abbandonata dal 1959, solo Alfio Burrano, nipote del vecchio proprietario, ne occupa saltuariamente qualche stanza. Risalire all'identità del cadavere è complicato, e per riuscirci a Vanina servirà l'aiuto del commissario in pensione Biagio Patanè. I ricordi del vecchio poliziotto la costringeranno a indagare nel passato, conducendola al luogo dove l'intera vicenda ha avuto inizio: un rinomato bordello degli anni Cinquanta conosciuto come «il Valentino». Districandosi tra le ragnatele del tempo, il vicequestore svelerà una storia di avidità e risentimento che tutti credevano ormai sepolta per sempre, e che invece trascinerà con sé una striscia di sangue fino ai giorni nostri.


L'AUTRICE
Cristina Cassar Scalia è originaria di Noto. Medico oftalmologo, vive e lavora a Catania. Ha raggiunto il successo con i romanzi Sabbia nera (2018 e 2019), La logica della lampara (2019 e 2020), La salita dei Saponari (2020 e 2021), L'uomo del porto (2021) e Il talento del cappellano (2021) - tutti pubblicati da Einaudi - che hanno come protagonista il vicequestore Vanina Guarrasi; da questi libri, venduti anche all'estero, è in progetto la realizzazione di una serie tv. Con Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni ha scritto il romanzo a sei mani Tre passi per un delitto (Einaudi Stile Libero 2020).

mercoledì 27 ottobre 2021

[Recensione] L'arte del romanzo - Milan Kundera

 


L'ARTE DEL ROMANZO || Milan Kundera || Adelphi || 1988 || 228 pagine

In sette testi relativamente indipendenti ma collegati come altrettante tappe di un singolo saggio, Kundera ci parla di quella creatura singolare, imprevedibile, grandiosa e delicata che è il romanzo europeo («arte nata come eco della risata di Dio»). Il suo discorso scavalca con sicurezza ogni pretesa di rigido inquadramento teorico e si dedica invece a un’analisi amorosa di ciò che il romanzo, creatura polimorfa, diventa nelle mani di scrittori così diversi come Kafka e Cervantes, Broch e Tolstoj, Gombrowicz e Flaubert, Diderot e Musil, Rabelais e Sterne – e infine Kundera: perché qui si troveranno i due testi dove Kundera ha detto l’essenziale per chi vuole accedere al segreto dei suoi romanzi. Anche come saggista, Kundera ha il dono stupefacente della trasparenza: le questioni più intricate appaiono nelle sue parole con una nettezza e un’evidenza tali da farci pensare che le stiamo vedendo per la prima volta. E l’aspetto di confessione, da parte di Kundera, sull’arte che oggi egli conosce più di ogni altro, dà a questo libro una pulsazione ulteriore, per noi preziosa: «Devo sottolineare che non ho la minima ambizione di fare della teoria e che tutto il libro non è altro che la confessione di uno che fa della pratica? L’opera di ogni romanziere contiene implicitamente una visione della storia del romanzo, un’idea di cos’è il romanzo; ed è proprio quest’idea, insita nei miei romanzi, che ho cercato di far parlare». L’arte del romanzo è apparso nel 1986.

RECENSIONE

In questo saggio sono raccolti sette testi che, come lo stesso Milan Kundera dice nella premessa, sono nati in circostanze particolari e concepiti per essere un giorno raccolti in un libro e tutti riguardano le sue riflessioni sull'arte del romanzo. Come lui stesso dice non vogliono essere delle regole ma semplici riflessioni e pensieri sul romanzo, su cosa esso sia, su come si è evoluto, lo stile che lui utilizza quando scrive. Ecco le sette parti:
1) La denigrata eredità di Cervantes (dove Kundera ci parla della sua concezione personale del romanzo europeo);
2) Dialogo sull'arte del romanzo (intervista a Kundera da parte di Christian Salmon del "Paris Review" sulle sue abitudini di scrittore);
3) Note ispirate dai "Sonnambuli" (sono delle riflessioni di Kundera sul suo testo "Sonnambuli");
4) Dialogo sull'arte della composizione (seconda intervista, anzi colloquio con Christian Salmon dove Kundera ci parla dei problemi artistici o "artigianali" del romanzo e della sua architettura);
5) In qualche posto là dietro (sono riflessioni di Kundera sui romanzi di Franz Kafka);
6) Sessantaquattro parole (una sorta di piccolo dizionario che raccoglie le parole-chiave che attraversano i romanzi di Kundera e le parole-chiave della sua estetica del romanzo);
7) Discorso di Gerusalemme: il romanzo e l'Europa (discorso di ringraziamento di Kundera che tenne in occasione della vittoria del Premio Gerusalemme nel 1985)

Consigliato a chi ama Milan Kundera.


martedì 26 ottobre 2021

[Recensione] Vivi e lascia morire - Ian Fleming

 


VIVI E LASCIA MORIRE || Ian Fleming || Adelphi || 2012 || 246 pagine

A Ian Fleming viene universalmente attribuita l'invenzione di una figura letteraria prima di lui non esistente, la Bond Girl: e la Solitaire di Vivi e lascia morire, una veggente vudù con gli occhi quasi viola, i capelli quasi blu e un legittimo sospetto di verginità è una delle rappresentanti più autorevoli della categoria. Ma meno attenzione si presta, in genere, al secondo grande copyright di Fleming, il Bond Villain. Anche qui, Mr Big – occhi gialli, pelle grigia, il corpo enorme sorretto a stento da un cuore malato, e il più che legittimo sospetto di essere, in realtà, lo zombie del sommo sacerdote vudù, Baron Samedi – ha pochi rivali. Si aggiungano, a piacere, una notte brava nei locali notturni di Harlem, la scoperta dell'America e della Giamaica, una strepitosa sequenza sottomarina, e sullo sfondo la caccia al tesoro di Morgan il Sanguinario. Gli ingredienti per l'avventura più leggera, crudele e incalzante di 007 insomma ci sono tutti: basta solo agitarli, una pagina dopo l'altra.

RECENSIONE

Sicuramente questo romanzo, il secondo della saga su James Bond che leggo (e il secondo in ordine di pubblicazione) differisce dai film dell'agente 007 che conosciamo. Qua troviamo un Bond molto meno macchiettistico del film e più umano, dove rischia la pelle tante di quelle volte che non ci fai quasi più caso. Se nel film sembra quasi immortale, o comunque riesce come Neo in Matrix a deviare dalle pallottole che gli sparano addosso, qua invece il rischio che possa morire è molto reale (divorato dagli squali, affogato, sparato, fatto saltare in aria, ecc.), perché Fleming ci presenta un Bond molto più umano e oserei dire anche più simpatico di quello interpretato al cinema (mio personale parere). Effettivamente ci trovi gli ingredienti principali del Bond cinematografico: le auto di lusso, vacanze in luoghi esotici, e addirittura ci viene presentata per la prima volta la Bond Girl: una bellissima ragazza che percepisce le persone buone da quelle cattive, per così dire, e un cattivone di tutto rispetto che potrebbe ricordare il Signor No: Mr. Big, un grasso boss di colore che fa tremare tutta New York. Ho avuto l'impressione che la storia risenta il peso degli anni in cui è stata scritta (anni 50) ma nonostante ciò è stata una piacevole lettura di svago.

Lo consiglio solo agli appassionati cinematografici dell'agente segreto col doppio zero.


lunedì 25 ottobre 2021

[Segnalazione] L'Arminauta - Donatella Di Pietrantonio

Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L'Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche più care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c'è Adriana, che condivide il letto con lei. E c'è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L'accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell'Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.

L'AUTRICE

Donatella Di Pietrantonio vive a Penne, in Abruzzo, dove esercita la professione di dentista pediatrico. Con L'Arminuta (Einaudi 2017, tradotto in piú di 25 paesi) ha vinto numerosi premi, tra cui il Premio Campiello, il Premio Napoli e il Premio Alassio. Per Einaudi ha pubblicato anche Bella mia (prima edizione Elliot 2014), con cui ha partecipato al Premio Strega 2014 e ha vinto il Premio Brancati, e Borgo Sud (2020).

sabato 23 ottobre 2021

[Recensione] Il sogno di mia madre - Alice Munro

 


IL SOGNO DI MIA MADRE || Alice Munro || Einaudi || 2005 || 366 pagine

Otto storie di donne. Otto racconti magistrali che, come ha scritto Antonia Byatt «contengono elementi del probabile e insieme fratture e disastri. L'interesse di Munro è da sempre rivolto sia al tessuto della "normalità" sia al colpo di forbici che lo taglia di netto... Sono storie di morti violente, di nascite altrettanto violente, e di un solo, terrorizzante, aborto».

RECENSIONE

Qua ritroviamo otto racconti di donne. In questa raccolta la Munro conferma le sue qualità narrandoci una manciata di esistenze dove avvenimenti inattesi o particolari dimenticati modificano il corso delle cose. Una cameriera dai capelli rossi, nuova arrivata in una vecchia dimora, viene per caso coinvolta nello scherzo di una ragazzina. Una studentessa universitaria si reca per la prima volta in visita a un'anziana zia e, riconoscendo un mobile di famiglia, scopre un segreto di cui non era a conoscenza. Una paziente giovane e in fin di vita trova un'inaspettata speranza di proiettarsi nel futuro. Una donna ricorda un amore brevissimo e che tuttavia ha modificato per sempre il suo vivere.
Antonia S. Byatt pone la Munro a fianco di Cechov, di Maupassant e del Flaubert dei ‘tre racconti’. Ma qui il realismo non è mai assuefazione documentaristica o refertazione oggettiva, ma semmai volontaria e strategica incomprensione del fenomeno: la Munro assomiglia a chi, cercando di focalizzare il meglio possibile la propria vista su di un certo oggetto, avvicina ad esso così tanto la lente da non ottenere più chiarezza e nitore, ma caos visivo e frammentazione pulviscolare: il paradosso del ‘più si è vicini, più si è ciechi’. Ed è facile immaginare il godimento perfido di chi costruisce questa ‘trappola’ narrativa che gioca ad illudere e deludere, ad libitum, nello spazio di una riga, di una pagina, di un racconto. La precisa collocazione temporale, la cristallina definizione dello spazio, l’eclisse dell’autore, l’utilizzo di uno stile freddamente denotativo e poi, alla fine, la sensazione di essere stati depistati, il trionfo dell’inesplicato e dell’ineffabile. Viene in mente Manganelli quando affermava che la letteratura era tout court fantastica e che quella cosiddetta ‘realista’ era solo equivoco balzano, invenzione bislacca di scoliasti malsanamente pedagogici.


venerdì 22 ottobre 2021

[Segnalazione] Dissipatio H.G. - Guido Morselli

 

Ultimo romanzo di Morselli, di pochi mesi precedente la sua tragica scomparsa, Dissipatio H.G. (dove H.G. sta per Humani Generis) è anche il suo libro più personale e segreto, l’unico dove questo maestro del mimetismo ha scelto di porsi direttamente sulla scena. E lo ha fatto in modo così illuminante ed emblematico da far pensare a una confessione che valga da consapevole gesto di congedo. Il protagonista di Dissipatio H.G., uomo lucidissimo, ironico, ipocondriaco, e soprattutto ‘fobantropo’, attirato da un feroce solipsismo, decide di annegarsi in uno strano laghetto in fondo a una caverna, in montagna. Ma all’ultimo momento cambia idea e torna indietro. Il genere umano, proprio in quel breve intervallo, è scomparso, volatilizzato. Per il resto, tutto è rimasto intatto. Così, paradossalmente, l’umanità è ora rappresentata da un singolo che era sul punto di abbandonarla e che, comunque, non si sente adatto a rappresentare alcunché; neppure, a tratti, se stesso. Comincia allora un appassionante monologo, sullo sfondo della solitudine assoluta e di un silenzio rotto soltanto da qualche voce di animale o dal ronzio di macchine che continuano a funzionare. Ed è un monologo che presto si trasforma in un dialogo con tutti i morti, tenuto da un unico vivo che a momenti pensa di essere anch’egli morto. Riaffiorano spezzoni di ricordi, particolari sepolti riemergono come decisivi e, mentre i pensieri si affollano, l’anonimo protagonista cerca dappertutto un qualche altro sopravvissuto, vaga fra luoghi odiati e amati, fra le sue montagne e Crisopoli (chiaramente Zurigo). Tutto è uguale, eppure tutto è per sempre trasformato. Il mondo è ora popolato soltanto da «oggetti vicini e irraggiungibili, noti e irriconoscibili, sfigurati». Ma non è certo un mondo innaturale: anzi il sopravvissuto è spesso sfiorato dal sospetto che proprio in questa forma di sterminato magazzino e indifferente sepolcro esso raggiunga, in certo modo, la sua verità. Rimane, comunque, il gigantesco interrogativo sul destino degli scomparsi. Che l’umanità sia stata «angelicata in massa»? O si tratti di una inaudita migrazione turistica collettiva? O di una silenziosa apocalisse? E l’unico sopravvissuto è un prescelto o, proprio lui, il condannato? Morselli ci fa attraversare con mirabile sottigliezza tutte le reazioni del sopravvissuto, che vanno da una sinistra ironia e, quasi, euforia, alla «superbia solipsistica», finché a poco a poco si fa strada in lui un’angoscia senza confini. E, mentre il delirio lievemente corrompe ogni residua certezza, il protagonista si abbandona a cercare le improbabili tracce di un amico dimenticato, unico ricordo di rapporto reale che gli resti della sua vita precedente. C’è qualcosa di disperato e, insieme, di sereno in queste pagine, fra le più belle di tutto Morselli – e certo le sole in cui accetti di far trasparire la sua dura pena personale. E c’è, alla fine, una grande immagine in cui convivono, pacificati, tutto e il contrario di tutto: nelle strade deserte di Crisopoli-Zurigo, coperte ormai da uno strato leggero di terriccio, crescono piantine selvatiche. Nel Mercato dei Mercati spuntano, ignari, i ranuncoli e la cicoria. E l’ultimo uomo, che già era stato del tutto solitario fra gli uomini, siede e aspetta. 

L'AUTORE
Guido Morselli (Bologna, 15 agosto 1912 – Varese, 31 luglio 1973) è stato uno scrittore italiano. Non c’è forse, nella storia della letteratura contemporanea, scrittore equiparabile a Morselli per la singolarità della vicenda personale, culminata prematuramente nel suicidio, e l’accanimento dell’industria editoriale nel rifiutare ogni suo tentativo di pubblicare. Con una produzione (postuma) che merita di situarsi nell’Olimpo dei grandi scrittori del Novecento e con peculiarità stilistico-narrative che lo collocano più a livello europeo che nazionale (non è infatti assimilabile ad alcun modello italiano), Morselli rappresenta un singolare caso letterario: l’emblema dell’inedito per eccellenza. Tra le sue opere più famose ricordiamo Roma senza papa (1974, Adelphi), Divertimento 1889 (1975, Adelphi), Dissipatio H.G. (1977, Adelphi) e Il Comunista (1976, sempre Adelphi).

giovedì 21 ottobre 2021

[Recensione] Il cimitero di Praga - Umberto Eco

 


IL CIMITERO DI PRAGA || Umberto Eco || Bompiani || 2010 || 523 pagine

Lungo il XIX secolo, tra Torino, Palermo e Parigi, troviamo una satanista isterica, un abate che muore due volte, alcuni cadaveri in una fogna parigina, un garibaldino che si chiamava Ippolito Nievo, scomparso in mare nei pressi dello Stromboli, il falso bordereau di Dreyfus per l’ambasciata tedesca, la crescita graduale di quella falsificazione nota come I protocolli dei Savi Anziani di Sion, che ispirerà a Hitler i campi di sterminio, gesuiti che tramano contro i massoni, massoni, carbonari e mazziniani che strangolano i preti con le loro stesse budella, un Garibaldi artritico dalle gambe storte, i piani dei servizi segreti piemontesi, francesi, prussiani e russi, le stragi in una Parigi della Comune dove si mangiano i topi, colpi di pugnale, orrendi e puteolenti ritrovi per criminali che tra i fumi dell’assenzio pianificano esplosioni e rivolte di piazza, barbe finte, falsi notai, testamenti mendaci, confraternite diaboliche e messe nere. Ottimo materiale per un romanzo d’appendice di stile ottocentesco, tra l’altro illustrato come i feuilletons di quel tempo. Ecco di che contentare il peggiore tra i lettori. Tranne un particolare. Eccetto il protagonista, tutti gli altri personaggi di questo romanzo sono realmente esistiti e hanno fatto quello che hanno fatto. E anche il protagonista fa cose che sono state veramente fatte, tranne che ne fa molte, che probabilmente hanno avuto autori diversi. Ma chi lo sa, quando ci si muove tra servizi segreti, agenti doppi, ufficiali felloni ed ecclesiastici peccatori, può accadere di tutto. Anche che l’unico personaggio inventato di questa storia sia il più vero di tutti, e assomigli moltissimo ad altri che sono ancora tra noi.

RECENSIONE

Finalmente torno a leggere, dopo un bel po' di anni, il mitico Umberto Eco, del quale avevo apprezzato Il nome della rosa, Baudolino, Il pendolo di Foucault e L'isola del giorno prima.
Nel cimitero di Praga troviamo il capitano Simonini che sarà testimone ed artefice di vari avvenimenti storici del diciannovesimo secolo: dalla carboneria all'Unità d'Italia passando per la spedizione dei Mille, dall'Impero di Napoleone III all'affare Dreyfuss passando per l'esperienza della Comune parigina. Incontrando tutta una serie di personaggi storici realmente esistiti.
Purtroppo, nella mia grande ignoranza storica, non ho apprezzato a pieno questa sua ultima opera, e me ne vergogno. Ma non pensate di leggere un normale libro storico, ma ritorna la caratteristica principe di Eco: ovvero quella di riannodare i fili della storia. E non riesci più a distinguere cosa è inventato e cosa sia realmente accaduto nella realtà, questo mi ricorda ad esempio gli stratagemmi che utilizza in Baudolino.

Non è di facile lettura, questo è sicuro.


[Recensione] Di tutte le ricchezze - Stefano Benni

  DI TUTTE LE RICCHEZZE || Stefano Benni || Feltrinelli || 2012 || 208 p. Martin è un maturo professore e poeta che si è ritirato a vivere a...