sabato 28 marzo 2026

[Recensione] La mia Africa - Karen Blixen

 


LA MIA AFRICA || Karen Blixen || Feltrinelli || 1982 || 300 p.

Vissuta fino al ’31 in una fattoria dentro una piantagione di caffè sugli altipiani del Ngong, Karen Blixen ha descritto con una limpidezza senza pari il suo rapporto d'amore con un continente. Sovranamente digiuna di politica, ci ha dato il ritratto forse più bello dell'Africa, della sua natura, dei suoi colori, dei suoi abitanti. I Kikuyu che nulla più può stupire, i fieri e appassionati Somali del deserto, i Masai che guardano, dalla loro riserva di prigionieri in cui sono condannati a estinguersi, l'avanzata di una civiltà “che nel profondo del loro cuore odiano più di qualsiasi cosa al mondo”. Uomini, alberi, animali si compongono nelle pagine della Blixen in arabeschi non evasivi, in una fitta trama di descrizioni e sensazioni che, oltre il loro valore documentario, rimandano alla saggezza favolosa di questa grande scrittrice, influenzando in modo determinante i contenuti della sua arte: “I bianchi cercano in tutti i modi di proteggersi dall'ignoto e dagli assalti del fato; l’indigeno, invece, considera il destino un amico, perché è nelle sue mani da sempre; per lui, in un certo senso, è la sua casa, l’oscurità familiare della capanna, il solco profondo delle sue radici.”

RECENSIONE

Dopo anni finalmente riesco a leggere questo classico, che non è un romanzo ma un reale resoconto degli anni (dal 1914 al 1931) che la protagonista, Karen Blixen, danese, ha vissuto in Africa, in Kenya.
Karen gestiva una fattoria in Kenya, allora chiamata Africa Orientale Britannica, sulle pendici delle colline Ngong, a circa 15 km da Nairobi. Attualmente la sua casa è un museo.

Karen era una baronessa danese e decise, il 2 dicembre del 1913, di partire per l'Africa assieme a suo cugino Bror von Blixen-Finecke, che sposò nel 1914 a Mombasa e insieme acquistarono una fattoria dove installarono una piantagione di caffè. Divorziò da esso nel 1925 e decise di restare in Africa a continuare a gestire la sua piantagione. Nel libro la baronessa ci narra della sua vita semplice in questa magica fattoria e il suo stile delicato e intenso di scrittura riesce a toccare le corde del cuore. Karen non segue una narrazione cronologica degli eventi, ma rievoca nella sua memoria i suoi ricordi più cari, gli incontri con i Masai, con i Kikuyu, coi Somali del deserto. Non è un semplice diario biografico ma un vero e proprio viaggio dentro se stessi.

Non ho ancora visto il film ma mi è stato riferito che non ha quasi nulla del libro.

Nel pieno del giorno l'aria, in alto, era viva come una fiamma: scintillava, ondeggiava e splendeva come acqua che scorre, specchiando e raddoppiando tutti gli oggetti, creando grandi miraggi. Lassù si respirava bene, si sorbiva coraggio di vita e leggerezza di cuore. Ci si svegliava, la mattina, sugli altipiani, e si pensava: "Eccomi qui, è questo il mio posto".


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